Un ladro gentile. Il Covid-19 per Mia Couto

Durante il periodo dell’emergenza Covid-19 negli Stati Uniti (emergenza che purtroppo è ancora lontana dall’essere considerata risolta) l’autorevole testata The New York Times ha avviato un progetto chiamato “The Decameron project“, chiaramente ispirato al Decamerone di Boccaccio, chiedendo a 29 scrittori famosi, sparsi in tutto il mondo,di scrivere un breve racconto ispirato dalle vicende della pandemia.

Tra questi 29 scrittori c’è il nostro Paolo Giordano e due scrittori di lingua portoghese: il mozambicano Mia Couto (di cui abbiamo parlato tante volte sul blog e per trovare i contenuti basta digitare “mia couto” nel campo ricerca a destra) e il brasiliano Julian Fuks.

Ma oggi voglio parlare in particolare del racconto di Mia Couto che si chiama “Um gentil ladrão” (un ladro gentile) perchè mi ha emozionato moltissimo, come il resto tutta la sua produzione.  L’ho tradotto dal portoghese e spero di avere reso la sua meravigliosa semplicitò. Il testo originale è stato tratto da questo sito insieme all’illustrazione di apertura di Susa Monteiro.

Un ladro gentile

Bussano alla porta. Bussano è un modo di dire. Abito lontano da tutto, solo la fame e la guerra mi fanno visita. E adesso nell’ eternità di un altro pomeriggio, qualcuno fucila con i piedi la porta della mia casa. Scappo ad aprire, Scappo è un modo di dire. Trascino i piedi, le pantofole strisciano sul pavimento. Con la mia età è tutto quello che posso fare. Le persone cominciano a diventare vecchie quando guardano il pavimento è vedono un abisso.

Apro la porta. E’ un uomo mascherato. Al notare la mia presenza dice – tre metri, rimanga a tre metri!

Se è un rapinatore ha paura. Questa paura mi inquieta. I ladri paurosi sono i più pericolosi. Estrae dalla borsa una pistola. La punta verso di me. E’ strana quell’arma: è di plastica bianca, e emette un raggio di luce verde. Punta la pistola verso la mia faccia e io chiudo gli occhi, obbediente. E’ quasi una carezza quel raggio di luce sul mio viso. Morire così è un segno che Dio ha ascoltato le mie preghiere.

L’uomo mascherato ha una voce dolce, uno sguardo delicato. Non mi lascio ingannare: i soldati più crudeli mi sono apparsi con modi di angelo. Ma è’ almente tanto tempo che nessuno mi fa compagnia che finisco per accettare il gioco.

Chiedo all’ospite che abbassi la pistola e prenda posto sull’unica sedia che mi rimane. Solo in quel momento mi rendo conto che indossa delle buste di plastica che avvolgono le scarpe. E’ chiara l’intenzione: non vuole lasciare impronte. Gli chiedo di abbassare la maschera, gli assicuro che può avere la massima fiducia in me. L’uomo sorride con tristezza e mormora – in questi giorni non si può avere fiducia, le persone non sanno cosa portano dentro di loro. Capisco l’enigmatico messaggio, l’uomo pensa che, sotto la mia apparenza di invalido, si nasconde un prezioso tesoro.

Guarda intorno e, dal momento che non trova niente da rubare, l’uomo finisce con lo spiegare alcune cose. Dice che è inviato dal servizio di Salute Pubblica. E io sorrido. E’ un ladro giovane, non sa mentire. Dice che i suoi capi sono preoccupati a causa di una malattia grave che si diffonde rapidamente. Faccio finta di crederci.

Sessanta anni fa stavo quasi morendo di vaiolo. Qualcuno venne a farmi visita? Mia moglie mori di tubercolosi, qualcuno venne a visitarci? La malaria mi rubò il mio unico figlio, sono stato io che l’ho seppellito da solo. I miei vicini sono morti di AIDS, mai nessuno ne ha voluto sapere. La mia defunta moglie diceva che la colpa era nostra, perché avevamo scelto di vivere lontano dai posti dove ci sono gli ospedali. Lei, poverina, non sapeva che era il contrario: sono gli ospedali che si piazzano lontano dai poveri. E’ una mania loro, degli ospedali. Non li colpevolizzo. Sono uguale a loro, agli ospedali sono io che ospito e tratto le mie infermità.

Il rapinatore bugiardo non desiste. Perfeziona i metodi , sempre in maniera approssimativa. Vuole giustificarsi: la pistola che mi ha rivolto contro era per misurare la febbre. Dice che sto bene, annuncia con un sorriso grande. E io faccio finta di essere sollevato. Vuole sapere se ho tosse. Sorrido accondiscendente. La tosse è stata la cosa che mi ha quasi condotto alla tomba dopo essere venuto via dalle miniere venti anni fa. Da allora, il giorno che tornerò a tossire sarà per chiedere permesso ai portoni di San Pietro.

– non mi sembra che lei è malato – dichiara l‘impostore. – nonostante questo lei può essere un portatore asintomatico.
– portatore? – domando – portatore di cosa? Per l’amore di Dio, può rovistare la casa, sono un uomo serio che quasi non esce di casa.

Il visitatore sorride e domanda se so leggere. Alzo le spalle. E lui mette sulla tavola un documento con istruzioni di igiene e una scatola con saponette, una bottiglietta con quello che chiama “una soluzione alcolica”. Poverino, deve pensare che, come tutti i vecchi solitari sono incline al bere. Nel momento dei saluti l’intruso dice – tra una settimana ripasso per visitarla.Così mi viene in mente il nome della malattia di cui parla il visitatore. Conosco bene questa malattia. Si chiama indifferenza. Era necessario un ospedale della dimensione del mondo per trattare questa epidemia.

Andando contro le sue istruzioni, avanzo verso di lui e lo abbraccio. L’uomo resiste con forza e fugge dalle mie braccia. Nella macchina si spoglia velocemente. Si libera dei vestiti come se si spogliasse della propria peste. Di questa peste chiamata miseria.

Lo saluto sorridente. Dopo anni di tormento, mi riconcilio con l’umanità: un ladro così maldestro può essere solo un uomo buono. Tra una settimana, quando ritornerà, lascerò che rubi la vecchia televisione che ho nella stanza.

MIa Couto

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