“Beijo do Gordo!” Addio Jô Soares.

Quando, ormai più di dodici anni fa, decisi di intraprendere l’esperienza di realizzare questo blog sul Brasile, nel quale condensare tutta la mia passione per questo meraviglioso paese, per la sua cultura e le sue tradizioni, una delle fonti che mi ispirò maggiormente fu un programma televisivo, molto popolare, che andava in onda a tarda sera sulla Rede Globo e che si chiamava “O programa do Jô“. Si trattava di un programma storico della tv brasiliana, andato in onda nelle sue varie versioni per più di 25 anni, che replicava il classico schema dei talk show americani, con il gruppo musicale, il pubblico che interagiva con il conduttore e, chiaramente, la presenza di ospiti da intervistare. Ma si distingueva molto per lo stile di conduzione, che era un misto di forbito e popolare, tutto tenuto insieme da un umorismo tipicamente brasiliano del conduttore, che non si faceva tanti riguardi nell’usare qualche parola colorita o qualche espressione forte per rafforzare alcuni concetti o punteggiare alcuni passaggi.

Jô Soares era tante cose: principalmente un autore teatrale e televisivo, un giornalista e scrittore di successo, ma occasionalmente anche un attore, un regista, con frequentazioni nel mondo delle arti plastiche e della musica (si vantava di aver suonato i bonghetti in un disco di Elis Regina, e questo non è da tutti, diceva scherzando). E tutte queste cose erano tenute insieme, come già detto, dal suo eccezionale umorismo, che traspariva in qualunque aspetto della sua vita e del suo lavoro, anche nei momenti meno opportuni; come durante un intervista con la “presidenta” Dilma Roussef (rigorosamente con il tu, perché nel suo programma tutti gli ospiti venivano trattati allo stesso modo, senza distinzioni di classe sociale) o nei suoi libri, come il best-seller As esganadas, nel quale un serial killer spietato e senza cuore, si muove in uno scenario così surreale e grottesco da suscitare una ilarità quasi inopportuna.

Ho usato finora la forma al passato perché, come i lettori più sagaci (o meno stupidi) avranno capito, questo importante personaggio è morto ieri, a 84 anni, lasciando tutto il Brasile in uno stato di grande prostrazione. Anche io, nell’apprendere questa notizia stamattina, attraverso un messaggio whatsapp di una mia cara amica brasiliana, sono stato colpito da un sincero dispiacere, al punto tale che, tornato a casa dal lavoro, ho deciso di riprendere in mano questo blog, dove ormai per problemi di tempo non scrivo più con la cadenza di un tempo, togliere qualche ragnatela, e lasciare qualche ricordo di Jô, da grande fan quale sono. Bora lá, cominciamo.

Viva o Gordo e gli altri programmi umoristici, Jô onze e meia, O programa do Jô

Molti anni fa, decisi in maniera molto impulsiva, come si fa con le vere passioni, di cominciare a raccontare quello che più mi affascinava del Brasile. I post raccontavano le cose che mi avevano incuriosito: musiche ascoltate da piccolo, film, personaggi storici e del mondo della cultura e tanto altro (tutto chiaramente disponibile nell’archivio storico del blog per chi volesse dare un’occhiata). E tra queste cose c’erano anche molti sketch comici tratti da Viva o gordo, una trasmissione umoristica brasiliana dei primi anni ’80, scritta da Jô Soares con la collaborazione di Max Nunes, altro grande umorista e autore brasiliano, nella quale il nostro Jô si trasformava in moltissimi personaggi, anche molto audaci e innovativi per il tempo, come il famoso e divertente Capitão Gay, coadiuvato dal suo fido collaboratore Carlos Suely, un mix tra supereroi e drag Queens o, detta diversamente, una versione più stramba di Batman e Robin.

In quel periodo assorbivo tutto ciò che era legato al Brasile in qualche modo; seguivo film, miniserie, programmi della TV cultura (un’emittente specializzata in documentari e programmi storici) e persino novelas, quelle belle e storiche della Rede Globo o della SBT. Mi piaceva la lingua, il sotaque, cioè la pronuncia delle parole, volevo imparare la lingua e contestualmente capire quante più cose possibili della realtà brasiliana. Molto, in questa fase di apprendimento, veniva dai talk show come Jô onze e meia, che andava in onda proprio intorno alle undici e mezzo di notte, e dal già citato Programa do Jô del quale credo di aver visto tutte le interviste che circolavano su YouTube (molto maggiori di quelle che si trovano adesso, dopo che la Rede Globo ha, giustamente, rivendicato i suoi diritti di autore, chiedendo la rimozione di molti contenuti). Sotto la “vinheta“, la famosissima sigla di apertura de O programa do Jô, suonata dal celeberrimo sexteto di musicisti:

Jô Soares autore di libri

Circa dieci anni fa, forte della mia “conoscenza” di allora della lingua portoghese, decisi che ero pronto per leggere il mio primo libro in lingua originale e, siccome mi piaceva molto Chico Buarque come autore di testi di canzone, pensai che poteva essere una buona idea cominciare questa esperienza di lettura con il suo famoso romanzo Leite derramado (latte versato), anche perché mi attirava molto il titolo.

Fu un disastro! Non avevo la conoscenza che ho adesso della lingua (oggi la maggior parte dei libri che leggo sono in portoghese) e questo libro era pieno di metafore, di parole a me sconosciute. Una persona che conosco, brasiliana, mi diede una “dica“, un consiglio: mi disse di lasciar perdere Chico per il momento, e di prendere in considerazione autori più leggeri (ma non per questo meno importanti), come Luiz Fernando Veríssimo o Jô Soares, appunto). Io non sapevo che quest’ultimo fosse anche scrittore. Feci una ricerca e scopri che Jô aveva all’attivo tre o quattro libri di successo e, siccome io faccio sempre le cose dall’inizio, partii dal primo, che non è O Xangô de Baker Street, come la maggior parte delle persone pensa, bensì O astronauta sem regime una raccolta di racconti umoristici.

Fu realmente un ottimo consiglio! imparai sorridendo, dizionario alla mano per decifrare quei termini che ancora non conoscevo. Poi completai la conoscenza degli altri libri più famosi di Jô come il già citato O Xangô di Baker Street, O Homem que matou Gétulio Vargas, Assasinados na Academia Brasileira de Letras . Letture appassionanti e piene di colpi di scena.

Un pensiero finale

In un famoso discorso introduttivo ad un concerto in onore del suo famoso collega chitarrista M° Andrés Segovia, il M° Narciso Yepez disse che “quando qualcuno va via da questo mondo lascia un’impronta, un atomo di coscienza” che è tanto maggiore quando la persona è conosciuta e amata. A molte persone, che non vivono la realtà brasiliana, il nome di José Eugênio Soares, più noto come Jô Soares non dirà niente ma in Brasile Jô è solo lui, o gordo, il grassone che non voleva essere chiamato gordinho, con un diminutivo, perché non rendeva l’idea e non gli piacevano le cose fatte a metà.

Jô Soares era un uomo semplice quanto colto, poliglotta, che diceva di non aver paura della morte perché non ha senso spostare più avanti una cosa inevitabile. Per lui la paura più grossa era di non riuscire a portare avanti i suoi progetti, che comunque sono stati tanti. Un uomo amato e a volte disprezzato, soprattutto da chi gli invidiava i soldi, il successo, la sua capacità di vivere le cose con quella leggerezza profonda che solo le persone complete sanno fare.

A me mancherà Jô. Lo so già. Soprattutto perché ha dimostrato che nella vita si può essere interessanti, amati, stimati anche senza essere perfetti. Si può essere affascinanti anche indossando un vestito pur non avendo un fisico adeguato, anzi facendo di questo un punto distintivo. Mi mancherà quel suo “Beijo do Gordo!” che chiudeva sempre i suoi appuntamenti televisivi.

Ultimo video è un epilogo di una puntata de O programa do Jô, con una dedica al suo unico figlio Rafinha, autistico, morto qualche anno fa a cinquant’anni.

dal minuto 1: “la vita continua… la vita è.. sai… quello che veniamo a fare qui… vivere. Il programma è dedicato a mio figlio Rafinha ….Beijo do Gordo!”

Potete trovare altri contenuti su Jô Soares nel blog facendo una ricerca dall’ home page

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As esganadas: l’ultimo libro di Jô Soares

Chi segue questo blog sa della mia passione per Jô Soares e per il suo talk show O programa do Jô che va in onda tutti i giorni feriali sulla Globo, e contemporaneamente viene trasmesso anche dalla radio CBN. Sorvoliamo sullo show perchè ne abbiamo già parlato altre volte e parliamo invece in questo post dell’ultimo libro di Jô Soares (il quinto se non ho fatto male i conti)  che è uscito da poco più di un mese in Brasile, e si chiama “As esganadas” e manco a dirlo è stato un successo di vendita e di critica. Il libro è il classico romanzo tipico di questo autore che ha la passione per i noir, per le ambientazioni storiche, per le descrizioni minuzione di scene (ma anche di strumenti, situazioni storiche e sintomi di malattie). Anche in questo romanzo c’è un serial-killer particolarmente efferato e ci sono i detectives sgangherati che sembrano non riuscire mai a giungere ad una conclusione e quando lo fanno ci arrivano per puro caso, per vie traverse, grazie a genialità improvvise, completamente in stile con il modo di fare brasiliano (i libri di Soares sono ambientati in Brasile almeno quei tre che ho letto io). Chiaramente tutto il libro è farcito (questo termine non è stato usato a caso, leggendo oltre scoprirete perchè 🙂 ) di umorismo, di situazioni divertenti, di piccoli “casi” che hanno fatto discutere molto alcuni brasiliani, come quello della definizione di agnostico che secondo Jô è un “Ateo pauroso” (lui ha usato un altro termine) questa frase è stata al centro di una discussione degli agnostici che ritengono che ‘agnosticismo e ateismo sono su due piani diversi: quello della conoscenza e quello della fede. Jo nel libro usa la sua frase tanto incriminata in un dialogo.

Ma lasciamo stare queste digressioni e veniamo all’argomento del libro. Non ne parlerò per esteso, svelando i dettagli per non togliere la suspence, soprattutto perchè il libro è acquistabile anche in formato .epub, quindi anche da chi non vive in Brasile e volesse leggerlo (chiaramente in portoghese). Qualche cosa però la posso dire. Il protagonista negativo è, come abbiamo detto, un serial-killer che si chiama Caronte, proprietario di una grossa impresa di onoranze funebri che si chiama “Stige” (come poteva essera altrimenti 🙂 che è specializzata in “ultimi saluti” di grande classe, con tanto di imbalsamatura e trucco del defunto (Caronte è un chimico specializzato in queste cose). Caronte però essendo ricco lascia l’azienda ai suoi dipendenti e lui va in giro a realizzare il suo hobby: uccidere donne grasse attirandole com l’esca dei dolci serviti come degustazione (per questo parlavo prima di “farcito”). Il motivo di questa predilezione di vittime è legato ai rapporti molto critici con la madre, una cuoca portoghese grassa; uccidendo queste donne in carne l’assassino riperpetua l’uccisione della madre che evidentemente odiava e che avviene veramente nel primo capitolo in una modalità che è allo stesso tempo macabra e creativa, in quanto Caronte non manca di fantasia nelle modalità di uccidere le sue vittime (non dico niente per non turbare gli animi sensibili).

Ora veniamo ai protagonisti positivi che sono ben quattro: Noronha un detective ufficiale titolare delle indagini che vorrebbe tranquilamente abbandonare per non avere pensieri; un aiutante detective Calixto o meglio un impiegato della delegaçia che è un po’ tonto ma è la forza bruta del gruppo; un detective aggiunto portoghese che si chiama Esteves ed è fanatico del rasoio di Hoccam, quindi è quello che inserisce il pensiero razionale nelle indagini che normalmente sono molto naif; e una donna giornalista Diana, molto alternativa e emancipata per l’epoca (siamo nei primi decenni del 1900 e lei partecipa a corse automobilistiche, fotografa con una macchina moderna Leica e porta con se una di quelle pistole da borsetta). Dall’insieme delle intuizioni e dei caratteri di questi personaggi si delinea piano piano il profilo del criminale che viene individuato anche per una sua particolarità fisica: l’assenza di impronte digitali. Il finale non lo svelo ma chiaramente il serial-killer viene preso (oops… forse l’ho svelato 🙂 ) ma in effetti l’epilogo è diverso. Comunque con Jô Soares non si può mai essere sicuri fino alla fine, nel sul primo romanzo O Xangô de Baker Street Sherlock Holmes fa il viaggio di ritorno in inghilterra con l’assassino del suo caso irrisolto.

Insomma il libro mi è piaciuto tanto, l’ho letto quasi di un getto, è molto bello, originale, una vera enciclopedia piena di aneddoti, di informazione storiche indipendentemente dalla storia che è originale e ambientata in una Rio di annata (Jô dice di aver impiegato più di cinque anni per scriverlo). Lo consiglio vivamente.

Di seguito potete vedere il trailer del libro che è molto bella perchè ci sono immagini originali di Rio degli anni 30-40.


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E qui Jô Soares che recita tutto il primo capitolo. Le immagini che ho usato nel blog sono tratte dal libro, i diritti sono degli autori.


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La guerra secondo Jô Soares

E’ di ieri, venerdì 27 Maggio, la notizia di un convoglio di soldati dell’UNIFI coinvolti in una esplosione, nel corso di una missione di pace nel sud del Libano. Questa cosa ci ha colpiti di persona, come cittadini italiani, perchè 6 dei nostri soldati sono rimasti feriti e due di loro sono in gravissime condizioni. Di fronte all’orrore della guerra non si può rimanere impassibili, anche se spesso però, si rimane impotenti. Forse un buon criterio per mostrare l’aberrazione di questa attività umana (purtoppo è una attività umana anche se non ha niente di umano) è prenderla a ridere, augurandoci chiaramente che le sorti dei nostri militari coinvolti in questo episodio (e di tutti i soldati inpegnati in questo momento in qualche conflitto in qualhe angolo di mondo) possano migliorare. Questa cosa di scherzarci su non deve sembrare qualcosa di irrispettoso o di poco opportuno, perchè la satira, la parodia, l’umorismo in generale, se fatti con intelligenza possono essere armi più pericolose dei cannoni e dei missili “intelligenti”. Picasso (suo è il quadro “guerra” in apertura di post) diceva sempre che non bisognava sottovalutare le armi dei pittori.

Per questo traduco dal portoghese un piccolo racconto surreale di Jô Soares, tratto dal suo primo libro che si chiama O astronauta sem regime che è divertentissimo. Mi sembra un ottimo modo per mostrare con leggerezza che cosa assurda è la guerra. Il testo originale in portoghese lo trovate qui (dal blog di “Codinome Pensador”)

La guerra

Come conseguenza del grande interesse che la guerra ha suscitato nel corso delle varie epoche, notiamo che molta gente ne parla senza sapere esattamente la sua storia. Per chiarire agli interessati abbiamo fatto una piccola indagine che trascriviamo per approfondire meglio l’argomento. La guerra fu inventata poco prima del medio Evo da un oscuro filosofo della penisola Iberica, Giovanni Guerra, e comincia a chiamarsi immediatamente guerra in suo omaggio. La prima volta che Giovanni Guerra dimostro la sua invenzione al re Luigi il pazzo – chiamato proprio così a causa della sua mania di essere re, nonostante fosse donna e madre di cinque figli -, molte persone morirono e il re si arrabbiò moltissimo, ordinando che Giovanni portasse quella invenzione fuori dai confini del suo regno. Fu così creata la prima guerra tra due regni, dal momento che il re vicino, Giacomo il biondo, un moro testardissimo, prese questa cosa come una offesa personale e si vendicò.

Evidentemente “il piccolo gioco della guerra” come Giovanni lo chiamava, andò perfezionandosi nel corso degli anni, e il suo inventore mai avrebbe immaginato che si sarebbe arrivati alle raffinatezze belliche dei bottoni. In sintesi, quando cominciò, erano solamente questi i requisiti per una buona guerra:

1) Un nemico – senza un nemico, difficilmente si potrebbe fare una buona guerra. Le persone finirebbero col simpatizzare tra loro senza colpire nessuno. A meno che non si tratti di una guerra civile, nella quale le persone, senza nessuna cerimonia si uccidono nella loro propria lingua

2) La rabbia – con la rabbia la guerra è fatta più facilmente, dal momento che chi vince la guerra è colui che liquida il maggior numero possibile di nemici. Una delle due parti in guerra vince sempre e l’altra perde sempre. E’ praticamente impossibile pareggiare una guerra

3) Le Armi – senza di esse le guerre non sarebbero che volgari scaramucce. Di preferenza, le parti interessate al conflitto, devono usare armi della stessa portata. Es. cannone contro cannone, temperino contro temperino. Mai usare un temperino contro un cannone senno’ la guerra finisce subito

4) Le Spie – sono perfette per aumentare il tempo di durata delle guerre. Dovono sempre fornire informazioni da un nemico all’altro. Dal momento che difficilmente queste informazioni sono corrette, i conflitti diventeranno per questa ragione più conflittuali.

5) I Vestiti – Ultimo e più importante requisito tra tutti. Senza vestiti le persone dovrebbero guerreggiare nude, cosa che sarebbe immediatamente considerata immorale, facendo diventare la guerra proibita.

A giudicare da questo piccolo riassunto avvertiamo immediatamente la genialità dell’inventore, uomo sempre preoccupato con i suoi simili, o meglio, con la maniera di eliminarli. A causa dei suoi sforzi e del successo che ha raggiunto la sua invenzione, non rimane che concedere, a titolo postumo, a Giovanni Guerra il premio Nobel per la Pace.

Jô Soares

Chiacchiere intorno a Dio.

dio adamo

Il post di oggi è particolare perchè parla di Dio o meglio di come Dio viene visto da alcuni poeti brasiliani contemporanei. E’ stato ispirato da varie cose: evidentemente dalle varie vicende terroristiche che ci investono tutti i giorni (non solo dai fatti di Charlie Hebdo che solo soltanto la punta dell’iceberg), ma più in generale dalle varie discussioni sulla religione che ormai spuntano in qualunque contesto, soprattutto da quelle che incendiano i social networks. Non ultima una intervista che ho visto qualche giorno fa a “che tempo che fa” dove Fazio poneva le stesse domande ad un ateo convinto (Umberto Veronesi) e a un teologo “creativo” (Vito Mancuso) ottenendo le stesse risposte. Anzi le risposte di Mancuso, espresse con un trasporto che mi ha molto colpito, mi hanno più volte rimandato ad alcune poesie o aforismi che avevo segnato dal web (prendendoli da questo blog) e che ora vorrei riportare e tradurre alla men peggio.

Permettetemi una riflessione al volo, veramente senza polemiche, solo per il gusto di farla. Il concetto di “Sacro” oggi è al centro di grandi scontri, e questo è molto chiaro. Una volta la cosa era più semplice: esisteva una dicotomia molto netta tra credenti e non credenti, al massimo con la variante della sottodivisione di questi ultimi tra atei e agnostici (gli “atei cagoni” come li chiama in maniera irriverente Jô Soares 🙂 ). Oggi ci sono molte più sfaccettature: c’è chi dissacra perchè è di moda farlo, anzi è anche stigmatizzante non farlo (ma non sa neppure consapevolmente di che cosa parla); poi ci sono gli irriverenti provocatori (tipo come i vignettisti di Charlie Hebdo ma con meno palle, diciamo); poi ci sono gli anticlericali mascherati da atei che attaccano il sacro per colpire la struttura, l’ingerenza della chiesa cattolica nei vari stati, soprattutto il nostro (ma li andrebbe fatta la stessa lotta, per coerenza, con i nostri politici che eventualmente accordano benefici, anche extra Concordato); poi ci sono quelli che tendono a minimizzare e cancellare tutto, pensando che in questo modo il problema si ridimensiona. Questi ultimi si riconoscono perché scrivono Dio in minuscolo, come se fosse un “Dio vinto”, come dice Mia Couto in una sua poesia, mentre Dio andrebbe scritto sempre in maiuscolo, per un fatto di rispetto per la religione o per chi la segue (se si crede) o per la grammatica italiana (se non si crede).

Io, se può interessare, sono in un confine non definito tra tutte queste cose :), e ciò che mi diverte di più è che in queste poesie, che riporto in seguito, anche i poeti si dividono tra credenti e non credenti, schierandosi a volte contro Dio, quasi schernendolo, e a volte onorandolo attraverso questa forma alta che è la poesia, appunto. A volte lo prendono pure a pretesto per spostare il discorso completamente da un’altra parte. Giocano con il sacro con quella legittimazione che viene data loro dalla poesia che, forse, è una delle cose che più vicine all’idea di Dio.

Deus é triste
Domingo descobri que Deus é triste
pela semana afora e além do tempo.A solidão de Deus é incomparável.
Deus não está diante de Deus.
Está sempre em si mesmo e cobre tudo
tristinfinitamente.A tristeza de Deus é como Deus: eterna.Deus criou triste.
Outra fonte não tem a tristeza do homem.
Dio è triste
Domenica ho scoperto che Dio è triste
per il resto della settimana e al di fuori del tempo.La solitudine di Dio è incomparabile.
Dio non sta davanti a Dio.
Sta sempre dentro egli stesso e copre tutto
tristinfinitamente.La tristezza di Dio è come Dio: eterna.Dio ha creato triste.
Un altra fonte non ha la tristezza dell’uomo.
Carlos Drummond de Andrade
Deus! ó Deus! onde estás que não respondes?
Em que mundo, em qu’estrela tu t’escondes
Embuçado nos céus?
Há dois mil anos te mandei meu grito,
Que embalde desde então corre o infinito…
Onde estás, Senhor Deus?…
Dio! o Dio! dove sta chi non risponde?
In che mondo, in che stella ti nascondi
Camuffato nei cieli?
Da duemila anni ti ho mandato il mio grido,
Che invano da quel momento corre l’infinito…
Dove stai, Signore Dio?…
Castro Alves
Arte de amar
Se queres sentir a felicidade de amar, esquece a tua alma.
A alma é que estraga o amor.
Só em Deus ela pode encontrar satisfação.
Não noutra alma.
Só em Deus – ou fora do mundo.
As almas são incomunicáveis.
Deixa o teu corpo entender-se com outro corpo.
Arte di amare
Se desideri sentire la felicità di amare, dimentica la tua anima.
E’ l’anima che distrugge l’amore.
Solo in Dio può trovare soddisfazione.
Non nelle altre anime.
Solo in Dio – o fuori del mondo.
Le anime sono incomunicabili.
Lascia il tuo corpo intendersi con un altro corpo.
Manoel Bandeira
Café da manhã
Deus não habita este lar

Este ar

Esta xícara de café frio
Ao redor da mesa, a família,
com dentes cariados e mãos duras
toma o café da manhã
Mastigam e engolem, famintos,
e falam dos trabalhos do dia
Embaixo da mesa, o gato
pedincha
pão e algum carinho.
Colazione
Dio non abita questa casa

Questa aria
Questa tazza di caffé freddo
intorno al tavolo, la famiglia
con denti cariati e mani tozze
fa colazione
Masticano e ingoiano, affamati,
e parlano dei lavori del giorno
Sotto il tavolo, il gatto
pretende
pane e qualche carezza.
Paulo Becker

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Espelhos de papel: la nuova mostra di Vik Muniz

24924_vm_vase_of_flowers_low_1364252358Abbiamo già parlato tempo fa di uno straordinario artista che si chiama Vik Muniz (si, proprio quello che realizza opere con la spazzatura) nel momento in cui tutto il mondo stava apprezzando il suo  pluri-premiato film che si chiama “Lixo extraordinario” (Spazzatura straordinaria). Vik Muniz ha appena inaugurato una nuova mostra personale che resterà visibile fino all’11 di Maggio presso la galleria Nara Roesler di São Paulo, sempre realizzata con quadri fatti in maniera non convenzionale. In questo caso si tratta di pezzetti di carta che lui ha strappato dalle riviste patinate e che poi ha pazientemente ricomposto, creando piccoli collages.

Questi quadri unici (che l’artista vuole chiamare “matrici” e non “originali” perchè gli originali sono le immagini di partenza), sono un po’ più grandi di un foglio A4, e dopo la realizzazione, che porta via un paio di mesi per ognuno di essi, vengono scannerizzati ad una altissima risoluzione e infine stampati come foto digitali di grande dimensione (alcuni arrivano ad essere alti anche 3 metri).

25050_vm_virgin_low_1364314939Il titolo della mostra è Espelhos de Papel (Specchi di carta), e il perchè di questo nome particolare, e se vogliamo un po’ suggestivo, lo spiega lo stesso Vik Muniz durante una intervista rilasciata al noto presentatore Jô Soares nel suo programma di interviste quotidiano sulla Globo TV. “Specchi di carta” perchè è un lavoro che cerca di mostrare l’identità frammentata delle persone (lui si rivolge in particolare alle donne quando spiega questa cosa) che tentano di immaginarsi, attraverso quello che esse vedono nelle riviste e che in qualche modo le riguarda e le riflette.

24975_vm_ostrich_low_1364314772Parlo sempre con entusiasmo di Vik Muniz che amo tantissimo come artista per una serie di motivi; ad esempio per le dimensioni delle sue opere, per il fatto di lavorare su “set” enormi (come quello che attrezzò per fotografare le opere fatte di spazzatura) quindi per il fatto che è un artista che concepisce proprio un rapporto fisico con l’arte. Ma anche quando la sua opera non è maestosa e si concretizza in un piccolo collage fatto su carta c’è lo stesso senso del lavoro, della ricerca della perfezione che è affascinante. Ma la cosa che mi attira di più di quest’ultima mostra in particolare è l’abilità di fare in modo che i pezzettini delle varie riviste si “pieghino” alla nuova immagine che sta creando, senza attirare troppo l’attenzione, ma mantenendo comunque una certa riconoscibilità. E poi il risultato finale è strepitoso: un quadro che ha una profondità e la simulazione di un rilievo e che sembra essere un olio dipinto con la tecnica dello spatolato.

vikQuesta è l’intervista di cui parlavo prima: ci sono dei momenti veramente divertenti, come ad esempio, quando Vik parla di come sceglieva le riviste di partenza. Se gli servivano delle varietà di verde comprava riviste di golf, se aveva bisogno di blu comprava riviste di surf, e se gli servivano i toni dell’incarnato allora comprava “muitas revistas de sacanagens” (molte riviste porno 🙂 ).

vm_woman_bicycle300dpi_low_1361912430Vedo dalle statistiche e dai contatti che il blog viene letto anche da persone che abitano in Brasile (in certi casi proprio italiani o simpatizzanti della lingua italiana e del Bel Paese che vivono in Brasile) per questo do i dettagli precisi: la mostra è visitabile fino all’11 Maggio presso la galleria Nara Roesler. Gli orari sono scritti sul sito (da cui ho tratto tutte le immaigni dei quadri, ma i quadri in esposizione sono di più di quelli contenuti sul sito). Comunque per gli orari potete seguire il suggerimento di Vik Muniz che, non occupandosi troppo di queste cose (lui crea e basta), suggerisce di andare nel pomeriggio, “così trovate sicuramente aperto” :).

Il ritorno del “grassone”

Il grassone del titolo è chiaramente Jô Soares, il grassone più famoso del brasile (ma forse su questo se la batte a notorietà con Ed Motta), e il mio modo di chiamarlo così non è una mancanza di rispetto, perchè è proprio lui che vuole essere chiamato O gordo, non amando i diminutivi che, come dice saggiamente, non possono nascondere l’evidenza. Jô è ritornato lunedì scorso a presentare un’altra stagione del suo fortunato talk show Programma do Jô sulla Rede Globo e qui su questo blog se ne parla sempre, e se qualcuno si dovesse chiedere chi è questo personaggio e di che programa stiamo parlando basta spulciare un po’ nell’archivio dei post vecchi per capirne di più.

Ma questa volta non voglio parlare tanto del programma, che tutto sommato rimane sempre lo stesso come struttura e come equipe (squadra che vince non si cambia), ma del conduttore, o meglio, della frugale dimora del conduttore 🙂 che è proporzionata alla sua importanza e anche alla sua stazza. Si tratta di una casa enorme a São Paulo, che è anche il suo studio (al piano di sotto si trasforma in un loft molto grande). E’ già da un po’ di tempo, in particolare dalla presentazione del suo ultimo libro As Esganadas, che Jô si concede alle interviste; prima cercando sul youtube si potevano trovare poche interviste di questo personaggio (quella famosa di Marília Gabriela una attrice e presentatrice molto onosciuta in Brasile) ora invece Jô si mette a nudo, si espone alle domande di tutti (come in un’altra intervista recente del programma Roda Viva della TV Cultura) e soprattutto, apre i suoi spazi e fa conoscere la casa dove vive e dove lavora.

Voglio aiutarmi con dei video per mostrare questa casa che a me è piaciuta (forse perchè la associo per converso alla mia umile dimora che ha tutto quello che serve ma è la classica “bomboniera”, dove tutto è inevitabilmente a portata di mano 🙂 ) e credo che questo entrare nella vita di un personaggio sia qualcosa di interessante a prescindere dal fatto che si possa conoscerlo o no, e che si sappia quello che fa. Curiosare negli affari e nelle cose degli altri qui in Italia è sport nazionale, al punto che ci sono persone pagate per farlo e per metterci al corrente di quando l’attrice X o il calciatore Y cambia abitazione, macchina, arredamento e amante. In questi video che seguono si vede bene come è proprio la casa ad essere un personaggio, ad avere una personalità propria, con tutte quelle contaminazioni un po’ Pop art, o quella plastica un po’ kitch, alla Renzo Arbore per intenderci.

Cominciamo da questo video che mostra l’abitazione principale. La presentatrice è Angélica  (quella del post su Lenine di qualche settimana fa) e il programma è Estrélas della Globo. Questa parte della casa per la verita, con tutte le porte di legno a tutta parete pittate a smalto bianco, a me assusta un poco, mette ansia, sembra uno di quei film thriller dove la casa ha il suo ruolo fondamentale,  e a contribuire a rendere l’ambiente strano è l’arredamento, che comprende delle particolarità come la barberia (con tanto di sedia da barbiere), o la piccola cappelletta con altare dedicata a Santa Rita da Cascia a cui il presentatore è devoto. Stramberie di una persona che non passa certamente inosservato. Molto belli sono i quadri alle pareti, arte moderna scelta da un pittore, perchè Jô in una delle sue tante versioni è anche un artista plastico.


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Quest’altro video invece mostra il loft-studio di cui parlavo prima e che Jô utilizza anche per le prove teatrali con le compagnie che dirige. Qui ci sono un sacco di cose che sono degne di nota come l’ascensore modello astronave (che necessita di una buona dose di coraggio per entrarvi, soprattutto quando si sta “giusti giusti”), il piano a coda,  il Superman a grandezza naturale e il juke-box e cabina telefonica in stile. Insomma questa è la parte più moderna della casa, più creativa e quello che collega la zona di lavoro a quella abitativa sono i quadri, i colori che non mancano di sicuro in questa casa. L’intervistatore in questo caso è Edney Silvestre e il programma è Espaço Aberto, sempre dela Rede Globo TV.


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Insomma ancora un post su Jô Soares, e vista la passione che il proprietario di questo blog ha per il soggetto, non credo neppure che sarà l’ultimo :D.

André Vianco e i suoi vampiri

Sto leggendo in questi giorni un libro di André Vianco un giovane scrittore brasiliano molto famoso nel suo paese (ma comincia ad essere tradotto anche da noi) che scrive storie prevalentemente fantasy-horror popolate da vampiri, streghe, insomma i classici personaggi “oscuri” che tanto attirano i teenagers e gli appassionati del genere. Per la verità questo tipo di narrativa non mi ha mai attirato moltissimo, soprattutto perchè è diventata un po’ una moda (anche generazionale), e io fuggo dalle mode come i vampiri fuggono dall’aglio. Il libro che ho per le mani in questo momento però, pur essendo stato scritto da questo maestro dell’horror soprannaturale, tratta di cose non così paurose: si chiama “A casa” (in italiano la casa, ma ho la versione in lingua portoghese) e narra la storia di una serie di persone che vengono attirate verso una casa gialla dove possono esercitare la classica “seconda chance” per riparare ad alcuni errori fatti nella loro vita. Di più non dico perchè  non svelerei mai il finale, anche perchè ho sempre detestato quelli che anticipano i finali delle storie, dei film, delle barzellette.

Ho letto questo libro che mi è piaciuto e pochi capitoli di un altro libro di Vianco che si chiama “O senhor da chuva” (il signore della pioggia) ed è di quelli più tipici della sua narrativa vampiresca, quindi non posso affermare di aver capito “lo stile narrativo” di questo autore, ma in ogni caso il modo di raccontare di Vianco è accattivante, e posso immaginare anche perchè nutre molto consenso, soprattuto fra i giovani. Il linguaggio è fresco, le frasi sono brevi, le descrizioni sia dei luoghi che degli stati d’animo sono molto belle. In A casa poi c’è l’abilità di trattare un argomento che è quello che i lettori vorrebbero sentirsi raccontare: chi non vorrebbe infatti rimediare a qualche errore fatto in passato e magari sbirciare un po’ nel futuro per carpire qualche fotogramma che possa spiegare come si evolverà una storia presente?

Sinceramente non so se un libro che si propone ad un lettore in una maniera così perfetta, soddisfando le sue aspettative, sia un libro spontaneo o pensato a tavolino. Il sospetto è ancora più grande perchè André Vianco è sicuramente un ragazzo molto intelligente e con molta inventiva, e questa creatività non la riversa solo nei contenuti delle sue storie ma anche nella capacità di promuovere la sua opera. Da una intervista fatta al programma di Jô Soares ha spiegato infatti che dopo essersi visto rifiutare il suo primo libro (O senhor da Chuva) da tutti gli editori, pensò di orientarsi strategicamente sull’argomento vampiri, scrivendo un nuovo libro (Os Sete), investendo personalmente nella stampa, in una copertina accattivante fatta fare da un amico, e consegnandolo a mano nelle librerie di São Paulo, utilizzando anche qualche stratagemma che io ho trovato molto divertente e che riporto, magari può essere utilizzato da qualche giovane scrittore in cerca di un editore. Nell’intervista lui parla di come nella quarta di copertina abbia fatto aggiungere dalla tipografia la dicitura “dallo stesso autore di O senhor da chuva” (il libro rifiutato da tutti gli editori a cui lo aveva presentato) ma che come dice giustamente lui aveva comunque scritto 🙂 . E così il successo del secondo fece da traino per il successo del primo.

Comunque trucchetti a parte il motivo del successo di André Vianco (che ha scritto 13 libri finora) è chiaramente nei contenuti e soprattutto nelle saghe di vampiri che rappresentano la sua produzione più importante. Nei suoi libri i vampiri sono brutti, cattivi e ostili, e sono le creature che popolano i peggiori sogni e fanno quello per cui sono stati progettati: succhiare il sangue. Sembra banale ma è una grande cosa, considerando che il vampiro, da personaggio negativo e ostile, è stato esportato dall’industria di Hollywood o dei fumetti quasi come “seducente” o capace di convivere con l’uomo riuscendo a controllare i suoi istinti. E questo forse a partire da “Per favore non mordermi sul collo” pellicola bellissima e dissacratice di Polanski  che mostra per la prima volta i vampiri imbranati più dei loro cacciatori.

Vi lascio come al solito un po’ di links: il video seguente è l’intervista completa tratta da O programa do Jô… molto divertente la parte quando lui parla dei suoi fan che identificandolo in uno dei suoi personaggi gli regalano ampolline con il loro sangue o gli offrono il collo per fargli fare uno spuntino 🙂

Questo poi è un libro di Vianco tradotto in italiano e acquistabile in formato ebook dal sito di 40kbooks: La canzone di maria

Effetti piacevoli del random browsing

Ci sono dei momenti in cui navigando in Internet, anche seguendo un certo criterio, si va a finire inevitabilmente da tutt’altra parte. Gli americani che sono abituati a mettere un nome a tutto chiamano questa cosa “random browsing”, io dico in maniera più rustica “ravanare sul web” ma il senso non cambia :). E oggi partendo dalle due parole chiave “Manara” e “Brasil” (digitate nel campo di ricerca di Google) si è concretizzato quello che speravo, cioè mi sono comparsi una serie di links che “collegano” appunto due mie grandi passioni: i fumetti e il Brasile.

Mi si è subito stampato sulla faccia un sorriso quando poi ho scoperto che il grande Milo Manara era stato intervistato nientepopodimeno che dal grande (e grosso) Jô Soares nella sua famosa trasmissione Programa do Jô che tante volte ho citato su questo blog perchè, se non si fosse ancora capito, mi piace veramente tanto. non avevo mai visto questi video e metto alla fine del post i due link dell’intervista presa da youtube fatta da Jô al maestro veronese.

Molti vedono in Milo Manara solo un autore di fumetti erotici, magari bollando in questo modo in maniera negativa un genere che è molto vasto e che ha tante sfumature. Certamente Manara è maestro indiscusso dell’erotismo nei fumetti, ma il suo stile è raffinato e non volgare, le sue storie (quando non hanno autori straordinari come sceneggiatori come Fellini o Jodorowsky) denunciano anche alcune situazioni allarmanti, come il ruolo negativo della televisione che “esporta” personaggi dalle dubbie qualità. E poi è un artista tout-court, nonché persona di grande cultura e di modi garbati, che non guastano mai, che si mantiene fuori dal clamore per rinchiudersi nel suo mondo popolato di bellezze di carta (mica fesso lui). Manara è stato invitato come ospite d’onore alla fine del 2010 al Comicon a Rio de Janeiro, un evento importante nel mondo dei fumetti e gli è stato chiesto per quella occasione anche di realizzare il manifesto ufficiale della manifestazione, che chiaramente nella bellezza un po’ scontata delle tavole dei fumetti, non poteva che essere una donnina vestita di verde oro, sulla baia di Guanabara e il Pan di Zucchero sullo sfondo.

Nell’intervista di Jô Soares si toccano tanti temi, non si parla solo di fumetti ma di cultura del novecento, si parla della Pop Art e di Lichtenstein delle modelle dei pittori famosi (da Goya a Rodin) di aneddoti vari legati soprattutto alla frequentazione di Manara con Fellini, ed è tutto così interessante che merita secondo me un click e il fatto di “perdere” venti minuti di tempo. Tra l’altro è in italiano (anche Jo parla in italiano) e con i sottotitoli in portoghese, quindi è anche un ottimo modo per imparare una lingua straniera.

Mi viene da chiudere questo post con una riflessione su Jô Soares e la sua trasmissione O programa do Jô che non è una critica al nostro palinsesto o un eccesso di esterofilia. In ogni angolo del mondo ci sono i talk show, per esempio sono famosi quelli di David Letterman e Oprah Winfrey in America,  e da noi sulle ceneri del Maurizio Costanzo show sono nati altri programmi come Che tempo che fa di Fabio Fazio che è, secondo me, l’unico talk show ufficiale italiano, che io seguo ogni week-end (anche per mancanza di alternative visto che Porta a porta non lo considero neppure, anzi non lo metto neanche in grassetto 🙂 ).

Però Jô è un regista teatrale,  un attore,  un comico, uno scrittore affermato e tradotto in tutto il mondo, un artista plastico, un musicista, parla con padronanza 4 o 5 lingue (questa intervista in italiano con Manara è un esempio) e soprattutto è un umorista formidabile. Un conduttore che può permettersi di invitare lo scrittore, il musicista, l’attore e il pittore e di chiamarli “colleghi”. Ad avercene anche da noi personaggi così…

Il fenomeno Mallu Magalhães

Come già anticipato nel post precedente oggi parliamo di Mallu Magalhães, la menina “prodigio” di São Paulo che appena maggiorenne già può vantare nel suo palmarès concerti, partecipazioni televisive e alcuni singoli di successo. Le virgolette non le ho messe per disprezzarne le qualità perchè, considerando che ha uno stile cantautoriale tutto suo (che inizialmente si ispirava ai folk singer americani), una voce particolare e una personalità artistica già formata (nonostante la giovane età), si può dire che è veramente un prodigio da questo punto di vista. Tuttavia Mallu è ,secondo me e pure secondo altre opinioni più autorevoli, principalmente un fenomeno di marketing, costruito principalmente per il target dei teenager, rimbalzato all’attenzione del pubblico grazie soprattutto alla grande risonanza del web.

Mi aiuterò  con alcuni video presi da youtube per parlare di Mallu, per descrivere soprattutto la sua ingenuità, che è senza dubbio autentica, nei primi momenti da quindicenne un po’ terrorizzata dal mondo dello spettacolo, e forse un po’ più costruita ad arte nell’ultimo periodo, cioè quello della Mallù che calca la mano su questa cosa e ci costuisce su un personaggio 🙂 . E secondo me il segreto del suo successo sta, per il momento, tutto in questa ingenuità (vera o presunta), nella sua timidezza e nella voce delicata. Oltre chiaramente ai testi delle sue canzoni che parlano dei suoi turbamenti, dei suoi amori, di cose “da grandi” filtrate dagli occhi di una ragazzina. Poi forse a condire il mix di elementi che le hanno portato un successo comunque meritato, c’è la situazione, tutta contemporanea, della ragazzina talentuosa e un po’ solitaria che dal suo myspace grazie alla sua chitarra comunica il suo mondo e le sue passioni ai teenager brasiliani (tral’altro ispirandosi a modelli anti-brasiliani e utilizzando la lingua inglese).

Partiamo con il primo video che è secondo me uma delicia. Non è niente di musicale, ma è stato il primo video che ho visto su Mallu Magalhães (prima non sapevo neppure chi fosse) ed è un pezzettino della intervista di Jô Soares al Programa do Jô (sempre se si possono definire semplici “interviste” le conversazioni così particolari di Jô Soares). Si riferisce al fatto che Mallu ama gli strumenti musicali e Jo le regala un violino…nasce una discussione prima sul fatto se il violino è originale o di plastica, poi sul fatto di trovare un nome per lo strumento. Questa è la Mallù quindicenne un po’ ingenua… Traduco un po’ velocemente a partire da 5:30

JS: lo vuoi o non lo vuoi [ il violino come regalo ] ?
MM: lo voglio ! noooo ma ha bisogno di un nome..
JS: come si chiama il suo banjo ?
MM: Tuto Pauloni… perché è il nome del ragazzo che me l’ha dato..
JS: e quindi com’è che si chiamerà il violino ?
MM: la mia chitarra si chiama Lobster Lester… se vuoi si può mettere il nome di un animale o di un vegetale o un nome inventato..
JS: un nome inventato ?
MM: si!
JS: mmm… JO SUINO!!

Questo video invece è la trasformazione, la Mallu Magãlhaes di oggi, che ha imparato anche a gestire la scena a recitare un ruolo come fanno le vere artiste. Da notare che questo pezzo è un reggae simpatico, per riprendere un po’ il discorso di Edu Krieger del post precedente, è un esempio che Mallu Magalhães è una artista che potrebbe non avere niente di brasile visto che non ne sposa la cultura musicale, non usa gli strumenti della sua terra e non canta in portoghese.

Questo poi è un esperimento interessante: Mallu che interpreta i classici della musica brasiliana, in un certo senso un passo obbligato per un artista brasiliano. E’ questo forse uno dei motivi per cui ultimamente Mallu canta em parceria con Marcelo Camelo, compositore e cantautore, autore di molti brani anche di Roberta Sá. In questo video canta un pezzo mitico del duo Toquinho/Vinicius che è la famosa Tonga da mironga do Kabuleté , che passata per il filtro Mallu perde il suo significato un po’ tribale e diventa una musichetta orecchiabile; io mi ricordo l’inizio della versione del disco di Toquinho/Vinicius/Marilha Medalha che partiva in maniera più minacciosa, con una voce di camdombé sgraziata e la differenza con questa versione soft è abissale.

Per concludere non voglio esprimere giudizi, dico solo che a me piace la musica brasiliana perchè ci voglio ritrovare un po’ di Brasile dentro 🙂 quindi da questo punto di vista Mallu mi spiazza un po’. Io ascolto molta musica (non solo brasiliana e non solo bossanova o affini), ma quando sento ad esempio la Isabella Taviani incazzata di Luxuria (a proposito in quest’ultimo caso se fate una ricerca sul web mettete nel campo di ricerca oltre a “Luxuria” anche “Isabella Taviani” sennò vi viene fuori Vladimir Luxuria che non è propriamente la stessa cosa :D) vorrei sentire la lingua portoghese che è la cosa che mi piace di più del Brasile…il portoghese brasiliano è per me la lingua più bella e musicale che possa esistere, e questa lingua viene sublimata dall’accostamento con la musica che ne amplifica gli accenti e ne mette in risalto tutta la sua sensualità.

Il myspace di Mallu Magalhaes  (da cui è nato tutto).

O xangô di Baker Street

L'autore del libro

Conoscevo Jô Soares per aver visto su youtube alcune puntate del suo show O programa do Jô. Mi sono informato meglio e ho scoperto che la sua intelligenza e la sua creatività (che si esprime su tantissimi campi di attività, dalla drammaturgia alla pittura, alla musica, alla recitazione, ecc.) sono almeno pari alla sua stazza. E dalla mente e dalla penna di questo grande brasiliano (grande anche nelle forme) è uscito fuori tempo fa un romanzo, O xangô di Baker Street ( tradotto in italiano come  Un samba per Sherlock Holmes) da cui nel 2001 è stato ricavato un film che ha ottenuto un discreto successo.

Holmes con il fido Watson

Come si capisce dal titolo il protagonista è Sherlock Holmes (interpretato dall’attore portoghese Joaquim de Almeida), ma non è quel detective  saccente, infallibile, deduttivo che ci ha consegnato la tradizione e che a me personalmente è sempre risultato un po’ antipatico, soprattutto per la mise, la pipa d’osso, la lente di ingrandimento e tutto il resto. Questo qui di Jo Soares è uno Sherlock Holmes che agisce in Brasile, ed è chiamato dall’imperatore in persona che gli chiede di indagare sul furto di uno Stradivari, ma si trova suo malgrado coinvolto in una serie di omicidi seriali molto efferati che avvengono in città.

Sherlock Holmes beccato dalla guardia in attegiamenti intimi

Holmes beccato nel parco a fare le zozzerie

Tra questi cadaveri di giovani donne, mutilate delle orecchie e con una corda di violino appogiata sul pube, Sherlock perde tutta la sua proverbiale fama di indagatore e finisce per mostrare tutte le sue debolezze; perde colpi sia per effetto della droga che scopre in città, sia per il fascino di una ballerina mulatta di cui si innamorerà e per la quale passerà anche una notte in prigione, a causa di comportamenti “moralmente inaccettabili” a cui si lascia andare in un parco pubblico.

Feijoada carioca

E così, fra gli effetti collaterali di una feijoada carioca, una notte tempestosa con la sua mulatta (nella quale non riuscirà a concludere niente, prolungando così la sua quarantennale verginità)  il più grande detective della storia si lascerà scappare l’assassino che varcherà l’oceano per esportare la sua mente malata in terra Inglese. E questo assassino diventerà nientepopodimeno che… vabbè il finale non ve lo dico, non voglio rovinarvi la sorpresa.

Sherlock  Holmes di Soares fa ridere, ma Watson non è da meno: nella sequenza di foto sotto si vede la vera genesi della caipirinha il cocktail brasiliano più famoso (fatto con cachaça, lime, zucchero e ghiaccio, le proporzioni non me le ricordo perchè normalmente sono sempre dall’altra parte del bancone)..

Riporto il dialogo della nascita della caipirinha (non lo traduco perchè perde parecchio di senso, dico solo che caipira significa grossomodo contadino). A preparare la bevanda è Watson da buon medico, perchè ritiene che la cachaça pura è dannosa per la salute del suo amico Sherlock. A parlare sono le due persone della seconda foto, proprietario e aiutante del locale.

Watson prepara la caipirinha Il barista e l'aiutante discutono Holmes gusta il cocktail

– E que mistura é aquela que eles estão fazendo?
– Não sei, uma invenção daquele caipira ali
– Qual deles, o grandão?
– Não, o  grandão está só bebendo. Quem preparou foi o menorzinho
– …o caipirinha!

Insomma, questo film mi è proprio piaciuto pur non avendo una grande passione per i film storici ambientati in epoca non contemporanea. Credo che al di là della genialità di rendere Sherlock Holmes più “normale” facendolo agire nel posto meno normale del mondo per lui, buona parte del merito sia da attribuire alla recitazione degli attori: Joaquim de Almeida è talmente bravo da farmi accettare pure l’accento portoghese del portogallo che normalmente detesto, Maria de Medeiros (nel ruolo dell’attrice Sarah Bernhardt) e Claudia Abreu anche se castigate in abiti che non rendono giustizia alle loro forme sono ugualmente brave. Un applauso anche alla ricostruzione di Rio di Janeiro di fine secolo, e soprattutto alle musiche del grande Edu Lobo autore di tanti brani di MPB che rende la giusta atmosfera senza cadere nel cliché.