Quintana e le sue stradine silenziose

Mi è capitata sotto gli occhi questa poesia di Mario Quintana e mi è piaciuta non solo per tutto quello che rende le poesie di questo autore interessanti (principalmente il linguaggio molto semplice, la scelta dei temi della vita quotidiana, gli accostamenti a volte molto azzardati, come abbiamo già detto altre volte) ma anche perchè riflettevo, in una di queste notti senza sonno di afa estiva, sul fatto che la strada che passa sotto casa mia a volte (ma non sempre 🙂 ) è così tranquilla che è difficile credere che di giorno possa essere così caotica. Ma così come ci sono le strade che sono sempre rumorose, e non fanno sconti alla tranquillità nè di giorno nè di notte, ci sono anche quelle che, quando la gente è andata via, riposano. Si, anche le strade riposano, ma non tutti riescono a notarlo.. serve un animo sensibile di poeta che le considera come bambini, le rassicura, le coccola, e si preoccupa di non disturbarle.

Questa poesia, che fa parte di una serie di poemi che si chiamano “A rua dos cataventos” (la strada dele girandole), è una delle composizioni iniziali di Mario Quintana, se non ricordo male proprio del libro di esordio. E’ un sonetto con i versi che sono legati tra di loro dalla rima, come tutti i sonetti; magari qualcuno può apprezzare di più di questo autore quelle poesie che non sono imbrigliate in schemi, che hanno versi sciolti, dove le metafore possono scorrere più liberamente, ma anche qui c’è tutta la fantasia e la leggerezza di questo poeta che io adoro, al punto che ne ho parlato già altre volte, traducendo altre poesie (come ad esempio qui o qui). Il quadro si apertura si chiama “Drug store” ed è del pittore americano Edward Hopper

A rua dos cataventos – II

Dorme, ruazinha… É tudo escuro…
E os meus passos, quem é que pode ouvi-los?
Dorme o teu sono sossegado e puro,
Com teus lampiões, com teus jardins tranqüilos…

Dorme… Não há ladrões, eu te asseguro…
Nem guardas para acaso persegui-los…
Na noite alta, como sobre um muro,
As estrelinhas cantam como grilos…

O vento está dormindo na calçada,
O vento enovelou-se como um cão…
Dorme, ruazinha… Não há nada…

Só os meus passos… Mas tão leves são
Que até parecem, pela madrugada,
Os da minha futura assombração…

La strada delle girandole – II

Dormi, stradina… E’ tutto scuro…
E i miei passi, chi è che può sentirli?
Dormi il tuo sonno rilassato e puro,
con i tuoi lampioni, con i tuoi giardini tranquilli

Dormi, non ci sono ladri, te lo assicuro
Ne poliziotti per perseguirli se serve
Nella notte alta, come sopra un muro
Le stelline cantano come grilli

Il vento sta dormendo sul marciapiede
Il vento si è raggomitolato come un cane
Dormi, stradina, non c’è niente

Solo i miei passi… Ma sono così leggeri
Que a volte sembrano, nell’alba
Quelli del mio futuro spettro

Mario Quintana

Canzone dell’amore imprevisto: Mario Quintana

Qualche volta ho parlato en passant di Mario Quintana, come qui ad esempio dove, in occasione dell’inizio dell’anno, ho tradotto una sua poesia. Quintana è stato un poeta (ma il suo lavoro principale era quello di giornalista) molto conosciuto e amato nel suo paese, soprattutto per quel suo modo semplice, o forse è meglio dire apparentemente semplice, di descrivere le cose quotidiane della vita. A me Quintana piace proprio per il suo stile molto rapido, essenziale, ma anche per la profonda delicatezza delle sue parole, per l’ironia e per la fantasia delle sue metafore, che in certi casi sono molto azzardate. Qualcuno potrebbe dire che tutte queste cose fanno parte degli “strumenti” che tutti i poeti utilizzano, quindi non c’è niente di particolarmente originale. Ma Mario Quintana li ha usati in un modo tale da far sorgere in chiunque leggesse i suoi poemi la convinzione che è semplice fare il poeta, che tutti potrebbero farlo (o almeno questo è sempre il mio pensiero quando leggo qualcosa di suo). E credo che alla fine sia questo l’obiettivo dell’arte: sintetizzare le cose, trovare un modo diverso di raccontarle e diffonderle a quante più persone possibili in una forma comprensibile e accattivante.

Mi sono sempre ripromesso di dedicare un post a Mario Quintana in questo blog, perchè chi ama il Brasile non può non amare questo poeta strano e molto semplice, che io ho imparato a conoscere tramite una mia cara amica brasiliana che è una sua grande fan. Poi ho deciso di scrivere due cose su di lui anche perchè, ravanando sul web, ho trovato una sua poesia che mi ha veramente colpito moltissimo e che commento e traduco alla fine del post. Ma prima un po’ di informazioni sulla vita di quest’uomo anche se, per la verità c’è poco da dire, in quanto lui ha usato il suo dono per raccontarsi: era il poeta delle piccole cose e anche la sua vita rispecchia questa filosofia. Non si sposò mai, non ebbe figli, e neppure una casa, perchè abitò per tutta la vita in camere di albergo. L’unica cosa veramente importante fu il suo tentativo di entrare nella Academia Brasileira de letras , l’istituzione letteraria più importante del brasile, fondata alla fine dell’800 con lo scopo di tramandare e diffondere la letteratura brasiliana. Per problemi burocratici per ben tre volte Quintana non riusci ad ottenere una “sedia” (sono 40 scrittori brasiliani + 20 stranieri) e alla fine gli venne fatto capire che se avesse fatto richiesta sarebbe stato ammesso sicuramente ed eletto all’unanimità, ma lui per principio rifiutò di presentare una ulteriore domanda.

Veniamo alla poesia che ho scelto perchè, come dicevo sopra, mi è piaciuta appena l’ho letta. Racconta di come l’amore può trasfrormare le persone (e questo lo sappiamo) e di come anche l’uomo che è  ormai irrigidito e abbruttito dalla mancanza di amore può, una volta che gli è capitato addosso un amore imprevisto, sorprendersi per quanto può rimanere in balia di questo sentimento, come uno spaventapasseri immobile su cui si posano gli uccellini.

Canção do Amor imprevisto

Eu sou um homem fechado.
O mundo me tornou egoísta e mau.
E minha poesia é um vicio triste,
Desesperado e solitário
Que eu faço tudo por abafar.
Mas tu apareceste com tua boca fresca de madrugada,
Com teu passo leve,
Com esses teus cabelos…
E o homem taciturno ficou imóvel, sem compreender
nada, numa alegria atônita…
A súbita alegria de um espantalho inútil
Aonde viessem pousar os passarinhos!

Canzone dell’Amore imprevisto

Io sono un uomo chiuso.
Il mondo mi ha reso egoista e cattivo.
E la mia poesia è un vizio triste,
Disperato e solitario
Che io faccio il possibile per soffocare.
Ma tu sei apparsa con la tua bocca fresca dell’alba,
Con il tuo passo leggero,
Com questi tuoi capelli…
E l’uomo taciturno è rimasto immobile, senza capire
niente, in una allegria attonita…
L’allegria immediata di uno spaventapasseri inutile
Dove venissero a posarsi gli uccellini!

I murales spettacolari di Eduardo Kobra

Una delle forme d’arte più coinvolgenti e, in certi casi anche effimere, è quella dei cosidetti artisti di strada, i graffitari come vengono più comunemente chiamati. Coinvolgente perchè questi artisti utilizzano una maniera non convenzionale per esprimere il proprio talento e comunicare le proprie visioni del mondo, sottraendo spazi sempre maggiori alle periferie urbane e, in alcuni casi quasi in senso di sfida, al centro delle città.
Ma questa espressione artistica è anche effimera, perchè questo talento non è sempre compreso, e le legislazioni dei vari paesi, l’azione distruttiva di colleghi invidiosi o una certa visione anacronistica dell’arte, comporta quasi sempre un ripristino degli stati dei luoghi. Il che non è neppure un dramma quando l’ “artista” si sopravvaluta, credendosi il novello Bansky.

Il pittore di cui voglio parlare oggi è Eduardo Kobra, uno dei “muralisti” più conosciuti al mondo. E’ un artista brasiliano di São Paulo, poco pià che quarantenne, che ha scelto come suo supporto preferito i muri delle città, distribuendo le sue creazioni in diverse città brasiliane e in molti paesi esteri, dall’inghilterra alla francia, dagli Stati Uniti all’europa dell’Est. Anche nel nostro paese esistono alcuni piccoli murales di Kobra (a Roma ad esempio), ed è famosa una sua opera fatta in un luogo simbolico, una parete di una cava di marmo delle alpi apuane, da dove sono stati, e continuano ad essere estratti, i marmi bianchi più pregiati, con i quali sono state realizzate opere immortali. In questo murale atipico Eduardo ha dipinto questo simbolico David di Michelangelo.

Lo stile di Kobra è caratterizzato dal realismo e dal colore. I suoi soggetti sono spesso personaggi pubblici, o nel caso dei murales brasiliani, poeti o personaggi noti della storia e cultura del paese. Anche la sua marca espressiva è molto tipica: ritratti a cui si sovrappongono una griglia geometrica di figure elementari (triangoli, quadrati, rettangoli) che invadono il volto con i loro colori saturi. Nel murale dipinto per i mondiali di  Rio 2016, Kobra e la sua equipe hanno dipinto cinque ritratti che rappresentano cinque tribù dei cinque continenti, in omaggio ai cerchi olimpici. Questa opera che si chiama “Todos som um (etnia)“, di cui pubblico il volto relativo all’Oceania, è entrata nel Guinness dei primati come superficie murale dipinta più grande al mondo.

E’ veramente difficile scegliere un’opera rappresentativa di Kobra; ci sono dei murales che sono molto noti perchè rappresentano delle forme di protesta. In particolare l’artista, oltre alla sua produzione abituale, ha due progetti sempre attivi: “mural da memoria”, che rappresenta luoghi della vecchia città di São Paulo che sono stati trasformati o sono deperiti per mancanza di restauro, e questa serie è una forma di denuncia contro la mancanza di attenzione per la preservazione del patrimonio artistico della sua città natale. Ma la protesta maggiore è quella che viene dalla serie “green pincel” che è una denuncia forte contro i problemi ambientali che mettono a repentaglio la sopravvivenza di specie viventi. Suggestive sono le immagini dell’orso polare relegato su un pezzettino di ghiaccio in un’area desertificata o l’immagine del toreador incornato dal toro che ripropongo sotto e che non ha bisogno di spiegazioni per la sua divertente drammaticità.

Dal momento che in questo blog racconto quello che mi piace ho scelto una pittura murale per concludere questo posto che è stata recentemente dipinta nella città brasiliana di Porto Alegre, in omaggio al suo illustre concittadino, il poeta Mario Quintana. Chi segue un po’ il blog sa che Quintana, con la sua attenzione alle piccole cose quotidiane, è uno dei miei poeti preferiti (qui una serie di post vecchi). In particolare questo murale rappresenta il poeta insieme ad un “passarinho”, un uccellino, e questo è un chiaro riferimento ad una piccola poesia che si chiama “poema do contra” dedicato a tutti quelli che hanno osteggiato il cammino del poeta e che si conclude con una frase che è un “trocadilho” un gioco di parole: “eles passarão eu passarinho!”, loro passeranno io sono uccellino (e volerò via sopra tutti questi problemi inutili).

Aggiungo, da pittore appassionato anche di ritratti, che il talento di questo artista è incredibile, soprattutto perchè dipingere volti in grandi dimensioni pittando “dentro” il quadro è una abilità non comune. Mi ricorda da vicino un altro grande pittore degli anni ’50, Vargas, che pure dipingeva cartellonistica enorme per scopi commerciali, anche se era più ricordato per le sue pin-up all’aquerello raffinate ed esuberanti.

Tutte le immagini di questo articolo sono tratte dal sito di Eduardo Kobra (www.eduardokobra.com).

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La vita è molto corta per essere piccola

Una delle cose che faccio più spesso quando ho un po’ di tempo che mi avanza (e non ho tanta voglia di impegnarmi nelle mie due passioni principali – musica e pittura), è guardare video su youtube. In portoghese si userebbe il verbo “vasculhar“, saccheggiare, spulciare minuziosamente questa immensa risorsa di video alla ricerca di canali interessanti, che ci appassionano per vari motivi. E oggi voglio condividere il risultato della mia ricerca di oggi perchè quello che ho trovato mi ha colpito molto e credo che potrebbe essere interessante anche per altre persone.

Si tratta del video di una conferenza tenuta da Mario Sergio Cortella, un  filosofo, scrittore, educatore e professore universitario brasiliano (ma di chiare origini italiane) che mi ha colpito principalmente per il titolo: “fazer o melhor na condição que você tem” (trarre il massimo dalla condizione che hai). Io credo che sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essersi trovati in una situazione in cui si è dovuto far fronte a risorse limitate, cercando di industrarsi per conseguire un risultato o per uscire da un momento difficile, aguzzando l’ingegno ed usando al meglio i pochi strumenti che si avevano a disposizione.

Cortella è un personaggio pubblico, popolare in Brasile, grande comunicatore, scrittore di libri di successo e, “sotaque” a parte (cioè l’accento che è molto caricato), è un vero piacere ascoltarlo. Purtroppo il video (che riporto di seguito) è in portoghese, ma sintetizzerò qui i passaggi salienti, ben consapevole che questo tirerà via molta parte della capacità oratoria. dell’istrionismo, dell’ironia del relatore che è veramente un personaggio molto sui generis (come ho potuto verificare in molte interviste che ho visto in passato).

Intanto Mario Sergio dissemina in questa sua conferenza decine di citazioni, alcune delle quali di uno dei miei poeti preferiti, Mario Quintana, di cui ho parlato molte volte sul Blog (qui una lista di post su questo poeta).Di Quintana il relatore cita dei versi di una poesia:

Um dia…Pronto!…Me acabo / Pois seja o que tem de ser
Morrer: Que me importa? / O diabo é deixar de viver.

Un giorno… fatto!… Me concludo / Pertanto sia cosa deve essere
Morire: che mi importa? / il diavolo è smettere di vivere

Una frase che mi ha molto colpito ,perchè probabilmente mi ci ritrovo, riguarda i “servidores”, coloro che fanno un lavoro che ha una finalità pubblica, che lavorano a servizio degli altri, come la platea del video che è composta di funzionari e dipendenti pubblici: “ganhar a vida cuidando de vida“, guadagnarsi da vivere occupandosi di vite che è una cosa molto onorevole e non priva di responsabilità.

Giacomo Balla – Pessimismo e Ottimismo (1923)

Questa riflessione porta ad un’altra citazione che è il cuore di tutta la conferenza. Una frase di Benjamin Disraeli che dice “La vita è molto corta per essere piccola“. Questa citazione consente al relatore di introdurre una riflessione su ottimisti e pessimisti.

Secondo Cortella i pessimisti solo coloro che disattendono la regola numero 34 dei monaci Benedettini: “non brontolare”. Brontolare non significa discutere, dibattere, essere in disaccordo (questo è positivo) ma credere che niente possa essere fatto. Il pessimista dice che tutto quello che viene proposto non avrà successo, la sua frase standard potrebbe essere “Qualcuno deve fare qualcosa!”.

L’ottimista invece è quello che vuole attrarre, unire, cercare, è colui che piange, si pente, vuole lasciare, vuole abbandonare e andare via perchè “qui non funziona”. Ma l’ottimista ha un grande vantaggio perchè la sua vita può essere corta, ma non piccola.

Tutta la “palestra”, come viene chiamato in portoghese questo tipo di conferenze dove c’è un solo relatore, è basata proprio sulla riflessione che nessuno di noi dovrebbe desiderare una vita “banale, futile, inutile e superficiale” e che il nostro scopo dovrebbe essere quello di fare del nostro meglio, con gli strumenti di cui possiamo disporre. Cortella fa un esempio biblico, parla di quando nell’Apocalisse Dio dice di “vomitare i tiepidi“, cioè coloro che non sono né caldi né freddi, i mediocri, coloro che non hanno ne segno positivo ne segno negativo ma non si sono mai impegnati neppure per essere peggiori.

In buona sostanza dovremmo, a detta di Mario Sergio Cortella, fare il possibile per percepire l’importanza del nostro quotidiano e far si che la nostra vita, già corta, non diventi anche una vita piccola. E questo lo possiamo fare da subito perchè “non è possibile guardarsi indietro e costruire un nuovo inizio, ma possiamo cominciare adesso a costruire un nuovo fine”.

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Chapecoense come il Grande Torino

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Molti hanno seguito nelle scorse ore la vicenda dell’aereo schiantatosi in Colombia che trasportava l’intera squadra di calcio brasiliana del Chapecoense, un team di una piccola città dello stato di Santa Catarina di nome Chapecó, che avrebbe dovuto giocare la finale della coppa Sudamericana con i colombiani dell’Atletico Nacional. E’ una vicenda che è rimbalzata sui vari telegiornali, sui social networks, sia per il grande impatto emotivo, sia perchè inevitabilmente tutti l’hanno collegata alla tragedia di Superga del 1949, che vide coinvolto il Grande Torino, praticamente la squadra più forte d’Italia di quel momento storico, visto che buona parte della nostra compagine nazionale era composta da giocatori di questo club.

Io ho appreso di questa notizia da una mia amica brasiliana, che abita nei pressi di questo paese e che mi ha informato sul fatto in se e sugli effetti che questa vicenda sta producendo in Brasile, o país do futebol, quindi particolarmente sensibile rispetto a tutto ciò che gravita intorno a questo mondo. Spesso il lavoro mi tiene separato dal mondo che mi circonda, di cui mi riapproprio solo ogni tanto, quando qualche frammento di informazione mi consente di recuperare i contatti con la realtà. Per questo motivo, trovare nella casella di posta una mail di una persona a cui voglio bene che accenna a questa vicenda mi ha dato da subito l’idea della tragedia. Ho girato per il web in cerca di informazioni, per via delle 3 ore di distanza oraria ho potuto seguire TG brasiliani delle grandi emittenti, ho letto un po’ di notizie di giornali online brasiliani e non, e tutto mi ha trasmesso immediatamente il grande impatto emotivo che questa notizia sta rappresentando per tutti i brasiliani, nessuno escluso. La cosa particolare è che questo paesino, Chapecó, e tutto lo stato di Santa Catarina non hanno mai avuto l’onore di giocare una finale di un evento così importante come la coppa sudamericana, quindi, se può avere un senso collegare le due cose, al tragico epilogo si aggiunge anche il rimpianto di aver perso una opportunità importante. Ma non ha senso collegare le due cose… mi rendo conto.

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Sempre navigando un po’ sulla rete ho trovato alcune notizie che mi sono sembrate molto belle: intanto l’omaggio della squadra con cui il Capecoense si sarebbe battuto, l’Atletico Nacional, che ha offerto la vittoria a tavolino come segno di rispetto. Poi, rimanendo in tema di omaggi, il commosso messaggio del Grande Torino che ha affidato il suo cordoglio ad un breve comunicato stampa nel quale si rimarca il triste destino che da oggi “lega indissolubilmente” le due squadre.

Vorrei chiudere questo breve post con i versi di un poema di Mario Quintana, che nel suo modo molto semplice di vedere il mondo, diceva che A morte deveria ser assim: / um céu que pouco a pouco anoitecesse / e a gente nem soubesse que era o fim

Io spero che la morte per questi ragazzi, i loro tecnici e i giornalisti e tutte le altre persone sia stata un cielo che si è scurito poco a poco…

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Nell’anno passato, Buon 2015!

o ano novoOggi, ultimo giorno del 2014, ho pensato di fare una veloce traduzione di uno scritto di Mario Quintana che parla di questo passaggio dal vecchio al nuovo, di rinascita, di buoni propositi e di tutto quello che si dice in questi casi. Ma dal momento che l’autore è Mario Quintana le cose sono un po’ surreali: lo scenario prevede un suo ipotetico suicidio, per fortuna trasformato in suicidio simbolico, conseguenza del fatto di aver letto che in Italia le persone sono solite buttare le cose vecchia dalla finestra nell’ultimo dell’anno. 🙂

E’ un modo per salutare tutte le persone che capitano sul blog, ringraziare gli habitués e augurare a tutti un buon anno nuovo. Personalmente non traccio un bilancio di questo anno: come tutti è servito a qualcosa, poteva andare meglio o peggio, alla fine sempre traiamo qualche insegnamento, nel bene o nel male.

No ano passado

Já repararam como é bom dizer “o ano passado”? É como quem já tivesse atravessado um rio, deixando tudo na outra margem…Tudo sim, tudo mesmo! Porque, embora nesse “tudo” se incluam algumas ilusões, a alma está leve, livre, numa extraodinária sensação de alívio, como só se poderiam sentir as almas desencarnadas. Mas no ano passado, como eu ia dizendo, ou mais precisamente, no último dia do ano passado deparei com um despacho da Associeted Press em que, depois de anunciado como se comemoraria nos diversos países da Europa a chegada do Ano Novo, informava-se o seguinte, que bem merece um parágrafo à parte:

“Na Itália, quando soarem os sinos à meia-noite, todo mundo atirará pelas janelas as panelas velhas e os vasos rachados”.

Ótimo! O meu ímpeto, modesto mas sincero, foi atirar-me eu próprio pela janela, tendo apenas no bolso, à guisa de explicação para as autoridades, um recorte do referido despacho. Mas seria levar muito longe uma simples metáfora, aliás praticamente irrealizável, porque resido num andar térreo. E, por outro lado, metáforas a gente não faz para a Polícia, que só quer saber de coisas concretas. Metáforas são para aproveitar em versos…

Atirei-me, pois, metaforicamente, pela janela do tricentésimo-sexagésimo-quinto andar do ano passado.
Morri? Não. Ressuscitei. Que isto da passagem de um ano para outro é um corriqueiro fenômeno de morte e ressurreição – morte do ano velho e sua ressurreição como ano novo, morte da nossa vida velha para uma vida nova.

Nell’anno passato

Avete già notato come è bello dire “l’anno passato”? E’ come chi già avesse attraversato un fiume, lasciando tutto sull’altra sponda… Tutto si, proprio tutto! Perché, sebbene in questo “tutto” si includono alcune illusioni, l’anima è leve, libera, in una straordinaria sensazione di sollievo, come solo potrebbero sentirsi le anime disincarnate. Ma nell’anno passato, come stavo dicendo, o più precisamente, nell’ultimo giorno dell’anno passato, mi sono imbattuto in un dispaccio della Associeted Press nel quale, dopo aver annunciato come si sarebbe commemorato nei diversi paesi dell’Europa la venuta dell’Anno Nuovo, veniva detta la seguente cosa, che meriterebbe un paragrafo a parte.

“In italia, quando suoneranno le campane a mezzanotte, tutti getteranno dalla finestra le pentole vecchie e i vasi rotti”.

Ottimo! il mio impeto, modesto ma sincero, è stato di lanciarmi io stesso dalla finestra, tenendo solo in tasca, come spiegazione per le autorità, un ritaglio di questo dispaccio appena riferito. Ma sarebbe stato spingere molto lontano una semplice metafora, tra l’altro praticamente irrealizzabile, perché vivo in un piano terrestre. E, dall’altro lato, le persone non fanno metafore per la Polizia, che vuole sapere solo di cose concrete. Le metafore sono da prendere in versi…

Mi sono lanciato, quindi, metaforicamente, dalla finestra del tecentosessantacinquesimo piano dell’anno passato.

Sono morto? No. Sono resuscitato. Perché questo del passaggio da un anno all’altro è un fenomeno banale di morte e resurrezione – morte dell’anno vecchio e la sua risurrezione come anno nuovo, morte della nostra vita per una vita nuova.

 

Mario Quintana
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Le mani di mio padre, nel giorno della festa del papà

15791177_be40c4c742Oggi è il giorno di San Giuseppe che tradizionalmente in Italia è anche il giorno dedicato alla festa del papà. Recentemente questo giorno ha assunto per me un significato ambivalente (anzi non lo vivo molto bene per dirla tutta) perchè dieci anni fa mio padre, nel giorno dedicato anche alla sua festa, uscì da casa per un problema improvviso di salute e non vi ritornò più.

Oggi mentre per altri motivi cercavo un verso da inserire in un testo che stavo scrivendo mi sono caduti gli occhi su una poesia di Mario Quintana dedicata a suo padre, anzi alle mani di suo padre. La voglio riportare e tradurre (alla buona) perchè anche mio padre aveva delle belle mani. Mani da musicista, quale era, ma un musicista che si era fatto da solo, adattandosi in gioventù a fare tanti lavori semplici. Mani forti e delicate allo stesso tempo.

As mãos de meu pai

As tuas mãos tem grossas veias como cordas  azuis
sobre um fundo de manchas já cor de terra
— como são belas as tuas  mãos —
pelo quanto lidaram, acariciaram ou fremiram
na nobre cólera dos  justos…

Porque há nas tuas mãos, meu velho pai,
essa beleza que se  chama simplesmente vida.
E, ao entardecer, quando elas repousam
nos braços  da tua cadeira predileta,
uma luz parece vir de dentro delas…

Virá  dessa chama que pouco a pouco, longamente,
vieste alimentando na terrível  solidão do mundo,
como quem junta uns gravetos e tenta acendê-los contra o  vento?
Ah, Como os fizeste arder, fulgir,
com o milagre das tuas  mãos.

E é, ainda, a vida
que transfigura das tuas mãos  nodosas…
essa chama de vida — que transcende a própria vida…
e que os  Anjos, um dia, chamarão de alma…

Le mani di mio padre

Le tue mani hanno grosse vene come corde azzurre
sopra un fondo di macchie già del colore della terra
– come sono belle le tue mani
per quanto hanno lavorato, accarezzato o fremuto della nobile collera dei giusti.

Perchè c’è nelle tue mani, mio vecchio padre, questa bellezza che si chiama semplicemente vita.
E, all’imbrunire, quando riposano sui braccioli della tua sedia preferita
una luce sembra provenire da dentro di esse.

Nascerà da questa fiamma  che poco a poco, a lungo,  venisti alimentando nella terribile solitudine del mondo
come chi riunisce qualche ramoscello e tenta di accenderlo controvento?
Ah come lo facesti ardere, rifulgere, con il miracolo delle tue mani!
E è, ancora, la vita che trasfigura le tue mani nodose…
questa fiamma di vita – che trascende la propria vita
…e che gli angeli, un giorno, chiameranno anima.

Mario Quintana

 

Como é que eu fui perder a primeira feira?!

Oggi un piccolo pensiero su una delle cose più strane della lingua portoghese (almeno per me) che ancora oggi mi obbliga a fare i calcoli a mente: il modo in cui vengono chiamati i giorni della settimana. Normalmente nei paesi del mondo dove si parlano lingue che derivano dal latino, ogni giorno ha un nome che coincide con un pianeta (es. il nostro Lunedì deriva da Luna, Martes spagnolo da Marte, e così via) e il motivo di questa associazione tra i giorni e i corpi celesti è probabilmente dovuto ad una maniera più naturale di inquadrare il giorno (inteso come intervallo temporale) nel meccanismo più complesso ed inclusivo del cosmo e dei pianeti visibili che si conoscevano fin dall’antichità.

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Quindi salvo qualche eccezione (tra cui il portoghese che vedremmo adesso) nelle varie lingue che derivano dal latino i pianeti hanno sempre dato nome ai giorni della settimana. E siccome i romani avevano l’abitudine di infilare divinità dovunque, ogni giorno era dedicato a un Dio. In un certo senso possiamo dire che il giorno è strettamente legato alla religione, perchè se non è direttamente un nome di un Dio, è qualcosa che si rifà alla tradizione cattolica latina, come nel caso del portoghese appunto, dove il lunedì (che è il primo giorno della settimana lavorativa) si chiama invece segunda-feira, perchè il primo giorno della settimana nell’ottica cristiana è la Domenica, il giorno del Signore. Cioè, in soldoni: la settimana comincia dalla fine, dalla Domenica, e quindi i portoghesi hanno ragione, perchè il lunedì è il secondo giorno.

Scendendo nel dettaglio i portoghesi (o in generale tutti i popoli che parlano la lingua portoghese) hanno un sistema molto semplice (e allo stesso tempo “spiazzante” per gli stranieri) per indicare i giorni della settimana: lunedì è segunda-feira – o più semplicemente segundamartedì è terça, mercoledì è quarta, giovedì è quinta e per il sabato e la domenica si abbandona questo sistema progressivo per un più tradizionale sábado e domingo).

Adesso messo da parte il discorso storico (fatto molto approssimativamente) veniamo ai motivi per cui ho scelto questo argomento: introdurre un piccolo verso di Mario Quintana, che trovo molto divertente, perchè mi fa pensare che anche ai brasiliani questa cosa dei giorni della settimana a volte può creare disagio. Quintana essendo il poeta del quotidiano e delle piccole cose, aveva una poesia per tutto, compreso i giorni della settimana, e qui gioca molto con questa cosa di indicare il primo giorno della settimana con un numero ordinale che parte da “secondo”. E’ una piccola poesia un po’  strana da tradurre, proprio perchè molto collocata nella lingua di partenza, ma si capisce il gioco di parole.

O pior da segunda-feira é que a gente sempre chega atrasado – “Meus Deus! como é que eu fui perder a primeira feira?!”

La cosa peggiore del lunedì (segunda-feira) é che arriviamo sempre in ritardo – “Dio mio! come è potuto succedere che ho perso la “primeira feira?!” (che chiaramente non esiste)

Ora vi racconto il mio modo per districarmi in quesa cosa dei giorni della settimana:  basta ricordarsene perlomeno due: il primo, il lunedì (che é segunda), e l’ultimo “strano”, il venerdì (che è sexta) per i giorni di mezzo o si va a caso 🙂 o si conta.

Per finire un brano che si chiama Marcha da quarta-feira de cinzas di Toquinho e Vinicius che ho ascoltato per molto tempo da piccolo, senza mai riuscire a capire il significato del titolo.. Ora lo so, ma non avrei mai potuto immaginare che potesse significare Marcia del mercoledì delle Ceneri, se mi avessero detto allora che quarta-feira significava Mercoledì non ci avrei creduto 🙂

Una poesia per i nostri defunti

Voglio continuare oggi con questa consuetudine di tradurre una poesia di un autore brasiliano, e siccome è anche il 2 di Novembre ho scelto una poesia per commemorare i morti. Dal momento che l’argomento è comprensibilmente cupo e malinconico mi sono affidato alla collaudata abilità di Mario Quintana di sdrammatizzare tutto,  con la sua gioia di vivere e il suo linguaggio semplice.

E infatti la poesia di oggi parte dal presupposto che la morte non sia qualcosa di esterno e di estremo che segna solo il limitare della nostra vita, ma una compagna silente, che vive  sempre in background e che bisogna imparare ad accettare come una componente naturale della nostra esistenza. Beh…, non è semplice chiaramente :), solo quel vecchietto allegro di Quintana poteva immaginarsi una scena così surreale come quella descritta dalla poesia seguente.

Due piccole premesse: 1) questa poesia io la considero come un amenizador, come un modo per sentire meno presente il distacco dalle persone care che ho perso (forse troppo presto), quindi il mio pensiero è rivolto ai miei morti,  e la dedico idealmente ha chi ha bisogno di trovare una giustificazione diversa per lenire il proprio dolore; 2) la traduzione, come dico sempre, è fatta a partire dalla passione e dall’entusiamo, nello spirito di condivisione.

Minha morte nasceu

Minha Morte nasceu quando eu nasci
Despertou, balbuciou, cresceu comigo
E dançamos de roda ao luar amigo
Na pequenina rua em que vivi

Já não tem aquele jeito antigo
De rir que, ai de mim, também perdi
Mas inda agora a estou sentindo aqui
grave e boa a escutar o que lhe digo

Tu que és minha doce prometida
Nem sei quando serão nossas bodas
Se hoje mesmo…ou no fim de longa vida

E as horas lá se vão loucas ou tristes
Mas é tão bom em meio as horas todas
Pensar em ti, saber que tu existes

La mia morte é nata

La mia morte è nata quando sono nato io
Si è svegliata, ha balbettato, è cresciuta con me
E abbiamo fatto un girotondo al chiaro di luna amico
Nella piccola rua nella quale sono vissuto

Non c’è più quell’abitudine vecchia
Di ridere che, ahimè, io stesso ho perduto
Ma proprio ora la sto sentendo qui
Grave e buona ad ascoltare quello che le dico

Tu che sei la mia dolce promessa (sposa)
Non so quando sarà il nostro matrimonio
Se oggi stesso..o alla fine di una lunga vita

E le ore passano, pazze o tristi
Ma è così bello in mezzo a tutte queste ore
Pensare a te, sapere che esisti.

                                         Mario Quintana

Un 2012 pieno di Esperança

Voglio inaugurare il 2012 con una bella poesia del poeta brasiliano Mario Quintana (che merita sicuramente un post in futuro perchè racconta le cose del quotidiano in maniera meravigliosa) che mi è stata inviata come augurio dalla mia amica Van, lettrice di questo blog. Mi piace talmente tanto che ho deciso di tradurla e di condividerla con tutti quelli che si trovano a passare di qua. E’ il mio augurio perchè questo anno sia pieno di cose belle, di amore, di serenità per chiunque. E anche di tanta speranza,  vista la difficile situazione nazionale che stiamo vivendo in questo periodo.

Esperança

Lá bem no alto do décimo segundo andar do Ano
Vive uma louca chamada Esperança
E ela pensa que quando todas as sirenas
Todas as buzinas
Todos os reco-recos tocarem
Atira-se
– ó delicioso vôo!
Ela será encontrada miraculosamente incólume na calçada,
Outra vez criança…
E em torno dela indagará o povo:
– Como é teu nome, meninazinha de olhos verdes?
E ela lhes dirá
(É preciso dizer-lhes tudo de novo!)
Ela lhes dirá bem devagarinho, para que não esqueçam:
– O meu nome é ES-PE-RAN-ÇA…

Speranza

La ben in cima del dodicesimo piano dell’anno
vive una pazza chiamata Speranza
E lei pensa che quando tutte le sirene
tutte le trombe
tutti i reco-reco suoneranno
si lancerà giù
–  delizioso volo !
Sarà trovata miracolosamente incolume sul marciapiede
un’altra volta bambina
E intorno a lei indagheranno le persone:
– come ti chiami, bambina dagli occhi verdi?
E lei dira loro
(bisogna dirgli tutto di nuovo!)
Lei dirà loro molto lentamente perché non dimentichino:
– Mi chiamo SPE – RAN – ZA

(Mario Quintana)