Rafaela Silva: il coraggio di rimettersi in gioco

rafa 2016Queste olimpiadi di Rio stanno riservando molti colpi di scena (come è normale che sia) e stanno consentendo ad alcuni atleti brasiliani di riscattare un passato non piacevole o di ottenere dei risarcimenti per ingiustizie subite o per semplici sfortune che la vita ha voluto riservare loro. Così dopo la soddisfazione data all’atleta Vanderlei de Lima, maratoneta estromesso da una possibile vittoria ad Atene 2004 per colpa di un pazzo che lo fermò quando era in testa alla gara, di poter accendere la torcia olimpica come ultimo tedoforo, anche un’altra atleta brasiliana, la judoca Rafaela Silva, ha potuto ottenere il suo riscatto, con la vittoria della medaglia d’oro nella sua categoria.

La storia di questa ragazza di 24 anni è lunga ma molto affascinante, mi ha colpito molto e vorrei raccontarla perchè, visto che siamo in Brasile, sembra la trama di una di quelle telenovelas della Rede Globo. Intanto lo scenario: tutto è cominciato in un luogo emblematico, una favela e per la precisione la favela Cidade de Deus (che fu resa popolarissima qualche anno fa da un film che ebbe grande rilievo internazionale). Dalla Cidade de Deus, favela difficile, che visse negli anni ’70/’80 una escalation molto cruenta di criminalità legata al narcotraffico, Rafaela ha cominciato il suo riscatto, frequentando una piccola palestra del suo quartiere, diventando una judoca e inanellando i primi successi come l’argento ai giochi panamericani del 2011, l’oro ai mondiali 2013 ma con il rimpianto di un possibile grande risultato alle olimpiadi di Londra del 2012.

rafa 2012Ho scritto “possibile grande risultato” perchè proprio in questa edizione dei giochi olimpici la ragazza venne squalificata per un colpo irregolare e quindi estromessa dal podio. Questo episodio, di per se già spiacevole, fu complicato dai commenti razzisti e dalle offese che viaggiarono sui social network che scossero tanto l’atleta al punto da farla quasi desistere dal ritornare a calcare il tatami.

Ma è in questo momento in cui si vede il vero campione. Rafaela, grazie anche al supporto psicologico di una professonista, ritorna ad allenarsi con un obiettivo fisso in mente: Rio 2016. Non poteva non essere presente nella sua città, non poteva fuggire dal suo destino di essere una campionessa di Judo e di vincere un oro alle olimpiadi, quella disciplina che la aveva aiutata a far confluire la sua aggressività verso uno scopo nobile e che la aveva praticamente sottratta ad un destino che si preannunciava totalmente differente.

Così, con tenacia e determinazione Rafaela Silva ha vinto la prima medaglia d’oro del paese ospitante, ha conseguito il suo sogno e ha commosso il paese (e anche il mondo) per la sua storia che sta venendo fuori dai vari articoli e interviste. E lei ha voluto dedicare la sua vittoria ai bambini che si allenano con lei in un centro sportivo che le ha consentito di poter arrivare a questo livello perchè attraverso gli aiuti, anche economici ,dei suoi professori ha potuto viaggiare e partecipare alle varie competizioni internazionali.

Ho voluto raccontare questa storia perchè credo che sia in miglior esempio che le olimpiadi possano dare. L’esempio di una persona che ha degli ideali e cerca di perseguirli, con impegno, abnegazione, sacrificio. Con il desiderio di riscattare una immagine compromessa per un gesto antisportivo e di riabilitarsi agli occhi di tutti, lottando per se stessa e per tutti coloro che vivono la sua stessa situazione.

rafa tatouTutta questa storia è sintetizzata da una frase che Rafaela Silva ha tatuata sul braccio, sotto gli anelli olimpici: “Só Deus sabe o quanto soffri e o que tive que fazer para chegar aqui” (Solo Dio sa quanto ho sofferto e che ho dovuto fare per arrivare fino a questo punto).

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