La solitudine per Vinícius de Moraes

vinicius

Continuando sulla scia degli omaggi per i cento anni dalla nascita di Vinicíus de Moraes (dopo il ritratto fatto nel post precedente), vorrei tradurre oggi un piccolo pensiero suo che mi è capitato sotto gli occhi in questi giorni in cui tutto il web (in tutte le sue forme dai social, ai blog, ai giornali online) sta tributando un doveroso riconoscimento a questo grande artista, che ha marcato a tal punto la cultura brasiliana da poter avere diritto ad un bonus per tutte le sue intemperanze :). Non sono un esperto di Vinicius, non mi ergo a professorone, tra l’altro nella famosa arte do incontro che lui professava come elemento vero della vita non sono neppure tanto esperto; ma per me Vinicius è stato (e continua ad essere) un riferimento fondamentale, principalmente per la poesia, per il suo modo di intendere il quotidiano che è quello che mi interessa di più, perchè sento queste tematiche più vere, e più vicine alla mia esperienza.

E proprio parlando di questo cotidiano, vorrei tradurre (a mio modo) questo testo molto piccolo che parla di solitudini, tema sempre attuale purtroppo.

A maior solidão é a do ser que não ama. A maior solidão é a dor do ser que se ausenta, que se defende, que se fecha, que se recusa a participar da vida humana.
A maior solidão é a do homem encerrado em si mesmo, no absoluto de si mesmo, o que não dá a quem pede o que ele pode dar de amor, de amizade, de socorro.
O maior solitário é o que tem medo de amar, o que tem medo de ferir e ferir-se, o ser casto da mulher, do amigo, do povo, do mundo. Esse queima como uma lâmpada triste, cujo reflexo entristece também tudo em torno. Ele é a angústia do mundo que o reflete. Ele é o que se recusa às verdadeiras fontes de emoção, as que são o patrimônio de todos, e, encerrado em seu duro privilégio, semeia pedras do alto de sua fria e desolada torre.

La solitudine più grande é quella dell’individuo che non ama. La solitudine più grande é il dolore dell’individuo che si assenta, che si difende, che si chiude, che si rifiuta di partecipare alla vita umana. La solitudine più grande é quella dell’uomo chiuso in se stesso, nell’assoluto di se stesso, colui che non da a chi chiede quello che può offrire come amore, amicizia, aiuto.
Il solitario più grande è quello che ha paura di amare, è quello che ha paura di ferire e di ferirsi. L’individuo casto della donna, dell’amico, del popolo, del mondo. Questo individuo brucia come una lampada triste, il cui riflesso intristisce anche tutto quello che c’è intorno. Egli è l’angustia del mondo che lo riflette. Egli è colui che rifiuta le vere fonti di emozione, quelle che sono il patrimonio di tutti, e, chiuso nel suo duro privilegio, semina pietre dall’alto della sua fredda e desolata torre.

In buona sostanza siamo tutti utili a qualcuno, siamo tutti in grado di poter amare e dare qualcosa. Ridursi in solitudine è la cosa peggiore che possiamo fare, principalmente per gli altri, che non possono beneficiare di quello che possiamo offrire. La solitudine è un atto di covardia.

Se qualcuno volesse approfondire meglio la vita e l’opera di Vinicius de Moraes, c’è un bellismo sito nuovo, con tutto quello che ha fatto (ne abbiamo parlato ache qui quando subì un primo restyling.)

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