Una poesia per i nostri defunti

Voglio continuare oggi con questa consuetudine di tradurre una poesia di un autore brasiliano, e siccome è anche il 2 di Novembre ho scelto una poesia per commemorare i morti. Dal momento che l’argomento è comprensibilmente cupo e malinconico mi sono affidato alla collaudata abilità di Mario Quintana di sdrammatizzare tutto,  con la sua gioia di vivere e il suo linguaggio semplice.

E infatti la poesia di oggi parte dal presupposto che la morte non sia qualcosa di esterno e di estremo che segna solo il limitare della nostra vita, ma una compagna silente, che vive  sempre in background e che bisogna imparare ad accettare come una componente naturale della nostra esistenza. Beh…, non è semplice chiaramente :), solo quel vecchietto allegro di Quintana poteva immaginarsi una scena così surreale come quella descritta dalla poesia seguente.

Due piccole premesse: 1) questa poesia io la considero come un amenizador, come un modo per sentire meno presente il distacco dalle persone care che ho perso (forse troppo presto), quindi il mio pensiero è rivolto ai miei morti,  e la dedico idealmente ha chi ha bisogno di trovare una giustificazione diversa per lenire il proprio dolore; 2) la traduzione, come dico sempre, è fatta a partire dalla passione e dall’entusiamo, nello spirito di condivisione.

Minha morte nasceu

Minha Morte nasceu quando eu nasci
Despertou, balbuciou, cresceu comigo
E dançamos de roda ao luar amigo
Na pequenina rua em que vivi

Já não tem aquele jeito antigo
De rir que, ai de mim, também perdi
Mas inda agora a estou sentindo aqui
grave e boa a escutar o que lhe digo

Tu que és minha doce prometida
Nem sei quando serão nossas bodas
Se hoje mesmo…ou no fim de longa vida

E as horas lá se vão loucas ou tristes
Mas é tão bom em meio as horas todas
Pensar em ti, saber que tu existes

La mia morte é nata

La mia morte è nata quando sono nato io
Si è svegliata, ha balbettato, è cresciuta con me
E abbiamo fatto un girotondo al chiaro di luna amico
Nella piccola rua nella quale sono vissuto

Non c’è più quell’abitudine vecchia
Di ridere che, ahimè, io stesso ho perduto
Ma proprio ora la sto sentendo qui
Grave e buona ad ascoltare quello che le dico

Tu che sei la mia dolce promessa (sposa)
Non so quando sarà il nostro matrimonio
Se oggi stesso..o alla fine di una lunga vita

E le ore passano, pazze o tristi
Ma è così bello in mezzo a tutte queste ore
Pensare a te, sapere che esisti.

                                         Mario Quintana

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