Oggi voglio raccontare (e illustrare) un breve racconto di fantasia che però si basa su una storia vera e attuale. Insomma ogni riferimento a fatti e persone legati alla vicenda della centrale idroelettrica da costruire nello stato del Pará in Brasile è da intendersi puramente voluto.
C’era una volta, e continua ad esistere ancora oggi, una tribù dal nome strano, i Kayapò, che vive in un posto dal nome ancora più strano chiamato Kararaô. Contrariamente a quello che potrebbe pensare l’uomo medio, che è abituato a generalizzare molto, non ci troviamo in Africa (chissà perché l’uomo medio deve sempre pensare che le tribù siano solo africane!), ma in una piccola zona del nord del Brasile, nel mezzo della foresta Amazzonica, situata in uno dei posti più impervi ed inospitali del mondo.
Ora l’uomo medio che è abituato a generalizzare molto, non sa che i Kayapò non considerano affatto la loro terra come un posto impervio ed inospitale, anche se, dovendosi fare un “mazzo tanto” ogni giorno per procacciarsi il cibo, hanno un po’ la percezione che non sia un posto proprio comodissimo in cui vivere. Ma è una percezione fugace, subito abbandonata, perché siccome il loro mondo è quello lì, e non hanno mai viaggiato, non si sono mai posti il problema di una vita alternativa.
Anzi nemmeno la vogliono una vita alternativa, e quando si spostano con le loro scomodissime barchette lungo il corso del fiume Xingu, ammirando la vegetazione rigogliosa della foresta, sono convinti di vivere in un paradiso terrestre. E sono felici.
Un bel giorno (o brutto giorno a seconda del punto di vista da cui si guarda) qualcun’ altro si trova a navigare lungo il corso del fiume Xingu e si rende conto che Kararaô è proprio un paradiso terrestre, un posto che contiene risorse dal valore inestimabile. Certo, magari non è un posto comodissimo dove vivere ma questo è un dettaglio irrilevante, perché questo qualcun’ altro a Kararaô non ci vivrà mai, e pensa anche che non sarà poi tanto difficile convincere chi ci ha vissuto per secoli a spostarsi da qualche altra parte dove secondo lui si vive meglio. Che so, magari sulle spiagge di Copacabana, “tanto sempre acqua è” potrebbe dire.
Questo qualcuno è un nuovo attore della situazione, un personaggio diverso dall’ uomo medio, perché oltre a generalizzare molto come quest’ultimo ha anche “doti” come la lungimiranza e senso degli affari. E’ una specie di incrocio tra un politico e un imprenditore che agisce per il progresso e il bene comune. Chiameremo questo nuovo soggetto Lobby per il Progresso Collettivo o per comodità con la sigla LPC (lo so che “lobby” è “collettivo” cozzano un po’ ma è tutto voluto
).
Cominciano le trattative: da una parte ci sono i rappresentanti della LPC assistiti dai loro avvocati e dall’altra gli indio Kayapò assistiti da Sting. Il primo punto all’ordine del giorno della prima riunione è il cambio del nome della zona. “Perché vi dovete chiamare con questo nome qui, Kararaô ? quanto è bella quella montagna lì… che ne pensate di Belo Monte ?”. Sembrava un modo per aprirsi al dialogo ma era una maniera per indorare la pillola.
E le pillole sono arrivate negli anni successivi (questa vicenda va avanti dagli anni ’70 quando i militari cominciarono a pensare di sfruttare le risorse energetiche della zona del fiume Xingu). Ora al centro della discussione ci sono alcune cose tra cui la costruzione di una piccola diga con centrale idroelettrica sul fiume Xingu (la terza al mondo come dimensione) che richiederebbe un po’ di modifiche all’habitat naturale (la distruzione di quasi due milioni e mezzo di metri quadrati di foresta amazzonica) e leggeri disagi per gli autoctoni (deviazione del fiume, modificazione dell’ecosistema, devastazione del polmone verde del mondo, invasione delle zone interessate alla costruzione di migliaia di lavoratori migranti che si troveranno ad invadere territori degli indios e a lavorare su spazi che non hanno le infrastrutture necessarie per gestire tutta questa massa di persone).
Insomma un disastro.
A questo punto finisce la storiella e cominciano le mie considerazioni inutili ma legittime (consideratele uno sfogo):
1) ci sono degli studi che mostrano che questa diga non servirà a nulla: il fiume si riduce di portata nella stagione secca (che dura in media 4 mesi), il vantaggio effettivo (considerando anche i costi per costruire questa opera che sono stimabili intorno ai 17 miliardi di dollari) è relativamente basso e addirittura si potrebbe guadagnare di più lavorando sull’efficienza della rete elettrica attuale che fa acqua da tutte le parti (mai modo di dire fu più appropriato).
Io ci vedo solo un accanimento dei presidenti che l’hanno sostenuta, Cardoso, Lula e ora Dilma Roussef che ha dato il via ai primi lavori. Un po’ come il nostro ponte sullo stretto che sarebbe un prestigio inutile e costoso, una megalomania che dice di risolvere una esigenza ma che potrebbe essere evitata migliorando l’efficienza di quello che già esiste (secondo me chiaramente).
2) tutti sanno che il Brasile è una nazione composta da tre razze: bianca, nera e india… non è detto che tutte e tre devono vivere insieme nello stesso posto, o dove decidono le prime due; mi sembra una profonda ingiustizia nei confronti degli autoctoni del fiume Xingu, che queste persone siano estirpate dai loro spazi, dalla loro vita e in maniera forzata, negli interessi di tutti (che sono comunque da verificare) siano costretti a trasferirsi altrove. Non si tratta di spostare delle persone da un territorio ad un altro ma di cercare di fondere due culture, non è proprio semplicissimo.
3) L’ Amazzonia è il polmone verde del mondo, quindi è pure un po’ mia
. Magari Sting ora sta pensando a fare tutti gli arrangiamenti dei pezzi dei Police per liuto, e ha perso un po’ di vista la questione, ma sarebbe bene che chi non è d’accordo su questa cosa si attivasse.
Per chi volesse approfondire la questione questo è un’articolo della stampa sull’argomento.